Diritto di usucapione e limiti alla proposizione di domande nuove in appello

L’accertamento del riconoscimento della natura pertinenziale di un bene (sottotetto) promossa per la prima volta in appello, ai fini del riconoscimento della titolarità sul medesimo, non costituisce domanda nuova in appello, nemmeno rispetto alla precedente pretesa di usucapione promossa quale unica domanda nel precedente grado di giudizio.

Questo, in sintesi, quanto affermato dalla Suprema Corte nella sentenza del 24 aprile scorso.

Nel caso di specie, facendo seguito a quanto reiteratamente affermato dalla giurisprudenza in tema di limiti alla proposizione di domande nuove in appello, la Cassazione ha inteso ribadire che “non viola il divieto di “ius novorum” la deduzione, da parte del convenuto dell’acquisto per usucapione, ordinaria o abbreviata, della proprietà dell’area rivendicata da controparte, qualora già in primo grado egli abbia eccepito ad altro titolo la proprietà dell’area medesima”.

Questo in quanto, argomenta la Cassazione, tutti i diritti reali – fra i quali, primo tra tutti, il diritto di proprietà – appartengono alla categoria dei cosiddetti diritti “autodeterminati”, che si identificano, solo ed esclusivamente, in base all’“indicazione del loro contenuto”, non invece per il “titolo che ne costituisce la fonte, la cui eventuale deduzione non assolve ad una funzione di specificazione della domanda o dell’eccezione, ma è necessaria ai soli fini della prova”.

Dal suddetto principio, consegue che non soltanto colui che abbia promosso domanda di usucapione in primo grado – insistendo, quindi, per il riconoscimento di un titolo di acquisto in via originaria – sia legittimato a proporre in appello anche un nuovo titolo giustificativo della domanda – per l’ipotesi, il riconoscimento dell’acquisto del diritto in via derivativa – senza incorrere in alcuna preclusione di “ius novo rum” e/o  di modifica della “causa petendi”, ma anche che lo stesso giudice, pur a fronte di una domanda invocata su un determinato titolo di acquisto, può pacificamente accogliere il “petitum” anche sulla base di un titolo diverso, senza violare il principio della domanda di cui all’art. 112 cod. proc.

Così disponendo, la Cassazione ha accolto il ricorso promosso dal ricorrente, cassando la sentenza gravata, per aver erroneamente ravvisato come inammissibile la richiesta di parte attrice (in secondo grado appellante) di accertare l’intervenuto acquisto della proprietà non più a titolo originario, come invece invocato in primo grado, bensì a titolo derivativo, “facendo leva” sul riconoscimento della natura pertinenziale del bene (sottotetto).

Secondo la Suprema Corte, infatti, il mutamento del titolo invocato dalla parte, trattandosi di beni autodeterminati, così come sopra classificati, era da ritenersi ammissibile, non essendo stato introdotto in giudizio alcun improprio ampliamento delle censure rispetto a quanto originariamente dedotto in primo grado.

Cass., Sez. II Civ., 24 aprile 2018, n. 10074

Benedetta Minotti – b.minotti@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

Il Tribunale di Pisa ha puntualizzato che “ad alti livelli artistici, la strumentazione non è sem...

Responsabilita' Civile

La Cassazione, Sezione Seconda Civile, nella recente sentenza in commento ha statuito che “nel cas...

Responsabilita' Civile

La Cassazione ha precisato che la procura alle liti, rilasciata all'estero e utilizzata in un giudi...

Responsabilita' Civile