L’abuso della minoranza nella richiesta di rinvio dell’assemblea

Anche i soci di minoranza di una società per azioni possono adottare condotte abusive a danno della maggioranza. Questo è quanto chiarito dai Giudici di Legittimità con la sentenza n. 29792 del 12 dicembre 2017, che ha disatteso la posizione assunta dalla Corte d’Appello di Roma.

La fattispecie presa in esame trae le mosse da quanto previsto all’art. 2374 c.c., secondo cui i soci – che in assemblea rappresentano un terzo del capitale sociale – hanno diritto di ottenere il differimento dell’assemblea stessa, qualora si dichiarino non sufficientemente informati sugli argomenti posti all’ordine del giorno. In tal caso, il differimento non potrà essere superiore a  cinque giorni.

Tradizionalmente, si è ritenuto che il diritto della minoranza di ottenere il rinvio dell’assemblea non potesse in alcun modo integrare una fattispecie di abuso del diritto. Infatti, come rilevato anche dalla Corte d’ Appello di Roma, già la norma stessa, nell’indicare il termine breve di rinvio, dovrebbe scongiurare il rischio di richieste di rinvio mosse unicamente da finalità ostruzionistiche. Così facendo, peraltro, il legislatore ha contemperato l’interesse dei soci ad essere opportunamente informati e ad avere un ordine del giorno completo e l’interesse generale della società ad un corretto e tempestivo svolgimento dell’attività assembleare.

Considerazioni queste, in parte, smentite dalla Suprema Corte, che ha sottolineato come l’abuso del diritto debba essere valutato in stretto legame con il dovere di buona fede nell’esecuzione dei contratti.

Questo dovere, tuttavia, ancorché gravante su entrambe le parti, è più frequentemente riferito ai soci di maggioranza anziché a quelli di minoranza. Sovente, infatti, sono state ritenute invalide delibere nelle quali il diritto di voto è stato esercitato per ledere gli interessi di altri soci ovvero per ottenere un vantaggio ingiusto dei soci di maggioranza a danno di quelli di minoranza.

Sulla base di queste considerazioni, la Corte di Cassazione è giunta ad affermare come, all’esito di un controllo necessariamente successivo, anche i soci di minoranza potrebbero tenere condotte integranti una violazione del divieto di abuso del diritto.

In particolare, è stato evidenziato come “l’applicazione del principio sopra evidenziato, attesa la sua portata generale, non può apriori escludersi in relazione al diritto scaturente dall’art. 2347 cod. civ.”.

Cass., Sez. I Civ., 12 dicembre 2017, n. 29792 (leggi la sentenza)

Matteo Marciano – m.marciano@lascalaw.com

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