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La Ue: rischio manovra bis ma tocca al nuovo governo

Mentre a Roma il Parlamento non ha ancora approvato la “finanziaria 2018”, a Bruxelles si profila l’ipotesi che il prossimo anno l’Italia debba mettere in campo una manovra bis se non vorrà finire sotto procedura Ue, ovvero sotto commissariamento. Un conto che potrebbe essere costretto a pagare il nuovo governo che sarà formato dopo le elezioni.
Ieri il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha presentato le previsioni economiche d’autunno, i numeri in base ai quali il 22 novembre stilerà le pagelle sui conti pubblici. Il dato rilevante per l’Italia è quello sul deficit. Per Bruxelles scenderà dal 2,1 all’1,8%, restando due decimali sopra a quanto stimato dal governo. Così come il deficit strutturale – calcolato al netto delle una tantum – scenderà dal 2,1% al 2%. Una correzione dello 0,1% rispetto allo 0,3 dichiarata da Roma per rispettare i patti con l’Europa. L’Italia con la manovra avrebbe dovuto mettere in campo una correzione strutturale dello 0,9% del Pil, pari a 15 miliardi. Bruxelles ha prima accettato di scendere allo 0,6% e poi con una forzatura delle regole Moscovici ha concesso a Padoan lo 0,3 con uno sconto da 10 miliardi. Ma ora i conti non tornano.
I 3,5 miliardi che mancano all’appello derivano da una serie di differenze di calcolo tra Roma e Bruxelles sulla dinamica della spesa pubblica e sulla quantificazione della crescita potenziale, tra le voci usate in Europa per decidere le correzioni per ogni paese. Moscovici ha però minimizzato parlando di «discussioni tecniche » in corso con il Tesoro per chiarire le discrepanze. Dal ministero dell’Economia hanno invece sottolineato che «negli ultimi anni le nostre previsioni si sono sempre rivelate più affidabili».
Ma a Bruxelles guardano già alle prossime tappe. Il 22 novembre ci sarà l’opinione sui conti italiani. La Commissione vuole evitare di interferire nella campagna elettorale e quindi non ci sarà bocciatura (da qui le parole morbide di Moscovici). Ma la pagella sarà dura, sottolineerà che i conti sono a rischio di violazione delle regole Ue che prevedono la riduzione del deficit (e quindi del debito) e che Roma dovrà prendere misure necessarie per rientrare. Al momento stimate appunto in 3,5 miliardi. Però Bruxelles non indicherà una data limite per la correzione, rinviando tutto alla primavera. Il passo successivo sarà il rapporto sul debito italiano, possibile già a febbraio ma forse rinviato a maggio per scavallare le elezioni. A quel punto, se i conti continueranno a non tornare, arriverà l’ultimatum per correggere il deficit, come avvenuto quest’anno.
D’altra parte il nostro debito per la Ue è più alto di quanto stimato dall’Italia: 132,1% del Pil nel 2017 e 130,8% nel 2018. Differenze spiegate con il costo del salvataggio delle banche venete, per Bruxelles più caro di 5 miliardi rispetto alle stime del governo per via di un diverso calcolo statistico degli interventi pubblici (ma l’ultima parola toccherà ad Eurostat). La Commissione invece conferma la stima di crescita del governo per quest’anno (1,5%) ma rivede al ribasso quella per il prossimo (1,3%). Anche se il nostro Pil è l’ultimo in Europa, per Moscovici Roma «è sulla buona strada, stiamo assistendo a una vera ripresa ».
Intanto l’Italia centra una vittoria sulle banche: ieri durante l’audizione al Parlamento europeo il capo della vigilanza Bce, Daniéle Nouy, ha fatto marcia indietro sulle nuove regole sui crediti deteriorati aprendo a un loro slittamento rispetto al primo gennaio e a una serie di modifiche. Ha avuto così successo la strategia orchestrata dal presidente dell’Assemblea, Antonio Tajani, e da Roberto Gualtieri (Pd) che ha dimostrato come Francoforte stesse legiferando al posto del Parlamento. Ora l’Italia spera che Nouy abbandoni la richiesta di accantonare per tutte le banche il 100% del valore dei crediti deteriorati, vecchi e nuovi. Si auspica che l’obbligo valga solo per il futuro e solo per gli istituti che dopo uno scrupoloso esame saranno ritenuti a rischio in modo da evitare un crack del credito italiano. Ma fino a quando le modifiche non saranno note resta la minaccia di ricorso in Corte di giustizia e di impallinare la conferma di Nouy tra un anno.

Alberto D’Argenio

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