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Ma la Svizzera apre. Nella Cripto Valley ogni valuta è buona

“Qui si accettano bitcoin”. Il sindaco di Zug ha fatto attaccare l’adesivo sulla porta del municipio, una specie di manifesto. Questo Comune a Sud di Zurigo, disteso in riva al lago, è il primo al mondo in cui i certificati si possono pagare in moneta virtuale. Ma più che per i cittadini, solo una manciata per ora lo ha fatto, il messaggio è rivolto a chi con le criptovalute ci lavora. Guardate di traverso, ora perfino bandite nel resto del mondo, negli ultimi anni qui hanno trovato accoglienza varie startup del settore. Per prima Ethereum, oggi la maggiore criptomoneta dopo il bitcoin.
L’ultima, ieri, la cinese Bitmain, la più grande società globale di mining, i processori che fanno marciare le valute virtuali e che ora Pechino vuole stritolare. Per finire con le Ico, Initial coin offering, le campagne con cui queste aziende raccolgono fondi in cambio di un “token”, un nuovo gettone digitale che, si spera, domani varrà quanto il bitcoin. Sui 2 miliardi di dollari incassati in questo modo nel 2017, circa 600 milioni sono passati dalla Svizzera. Per lo più da Zug, già ribattezzata Cripto Valley: «Un disco volante si aggirava per il mondo — riassume Dolfi Müller, il sindaco — e non è un caso sia atterrato qui». Già, nel cantone la pressione fiscale è al 12%, una delle più basse del Paese. Ma è solo parte della spiegazione. Le altre sono la flessibilità e l’attenzione per la privacy dei regolatori. «Non volevamo stare né negli Stati Uniti né nella Ue», dice via Skype il 32enne Erik Voorhees, uno dei pionieri della comunità del bitcoin, già milionario dopo aver venduto un sito di scommesse, ovviamente in criptovalute. La privacy è tutto per la sua nuova startup Shapeshift, scambio che permette di comprare o vendere monete virtuali senza fornire i dati personali. Mentre la Ue vuole imporre a tutti gli “exchange” l’identificazione dei clienti, in un’estensione al mondo crypto delle leggi anti riciclaggio, qui in Svizzera Shapeshift non ha bisogno di licenza. Ma per Voorhees la privacy è soprattutto parte di un credo: «Un nuovo sistema finanziario senza banche o controllori, reso possibile dal digitale». È l’ideologia libertaria, pacifista, antiautoritaria, da cui nasce il bitcoin, la moneta in cui è un algoritmo a creare fiducia tra chi la usa. Sposata, con diverse sfumature, da tutte le rockstar di questa Cripto Valley svizzera. Dal sudafricano Johann Gevers, il suo ispiratore, al canadese di origine russa Vitalik Buterin, il ventenne che ha fondato Ethereum e organizzato qui la prima Ico.
Ora vive a Singapore, ma c’è ancora il suo nome, “V. Buterin”, sul campanello dell’anonima palazzina che ospita l’Ethereum Foundation. Suoniamo. Una ragazza apre la finestra del secondo piano: «Sono Ming Chan, direttore esecutivo. Qui lavoro solo io, il nostro team è sparso nel mondo». Così, un campanello dopo l’altro, scopriamo che molte delle startup di Zug non sono altro che scatole vuote. All’indirizzo di Shapeshift c’è solo una buca delle lettere. E lo stesso vale per il borsellino virtuale Xapo, domiciliato presso uno studio legale. In fondo è logico. Le aziende dei soldi digitali sono immagine dei fondatori, contrari a ogni cittadinanza, abituati a lavorare in Rete, sotto pseudonimo. Alieni che la Svizzera ha accolto con il pacchetto che già forniva a multinazionali e ricconi di mezzo mondo: una residenza fiscale, la possibilità di autoregolarsi, la struttura delle fondazioni, esentasse, ideale per raccogliere soldi con una Ico.
A Zug insomma nessuno usa i bitcoin per fare acquisti. Né questa è una valley. Non nel senso della Silicon Valley, dove ogni bar è invaso da giovani startupper.
Impossibile in un paesino di Porsche e gallerie d’arte, dove il reddito medio è 70 mila euro. Ma non vuol dire che qui non ci sia innovazione. «Le Ico hanno aperto un nuovo canale per raccogliere fondi, diretto e senza intermediari», spiega l’ingegnere tedesco Sebastian Bürgel, 33 anni, che con la sua Validity Labs fa da consulente tecnologico per queste operazioni. Che stanno portando nel mondo dei finanziamenti la stessa disintermediazione che la blockchain, l’infrastruttura alla base delle criptovalute, promette in quello dei pagamenti. Solo che queste operazioni si sono moltiplicate, in una bolla parallela a quella del bitcoin: «Sono stati raccolti troppi milioni, anche da progetti privi di fattibilità tecnica». Il rischio è che i gettoni offerti a chi investe alla fine si rivelino di cartone. L’ultimo caso è quello di Tezos, un progetto di due coniugi americani che ha raccolto la fantasmagorica cifra di 232 milioni di dollari. Prima che un litigio con il direttore della fondazione costituita per l’occasione, lo stesso Gevers che ha ispirato la Crypto Valley, bloccasse tutto. Negli Usa è partita una class action, direzione Svizzera. Che si sia andati oltre, ora sembra pensarlo pure Finma, il regolatore finanziario elvetico, che di recente ha bloccato una di queste operazioni. Precisando però che continuerà a valutarle caso per caso. Niente autorizzazione preventiva, come negli Usa. Niente divieto, come in Cina. Intanto la Cripto Valley Association ha proposto un codice per rendere più trasparenti e professionali le Ico. A tutela di chi compra i token, certo, ma anche a beneficio dei tradizionali intermediari finanziari.
La piccola Zug, oggi, è questo laboratorio, dove la moneta senza controllori e banche si misura con l’autorità e le banche. La rivoluzione del bitcoin si risolverà in un grande compromesso? «Il mondo delle criptomonete non è controllabile, si muove sempre», taglia corto Voorhees. Gli alieni sono già pronti a ripartire.

Filippo Santelli

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