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La spinta di Milano-Padova-Bologna ecco il nuovo triangolo industriale

Nelle giornate di punta, dalle quindici bocche di carico dell’hub della logistica del gruppo Fitt, a San Pietro in Gu, escono un centinaio di Tir.
Almeno una ventina ne entrano, carichi di materia prima. Le strade della zona, la Postumia, la Marosticana, la Val d’Astico sono percorse da mattina a sera da migliaia di mezzi pesanti.
Viaggiando sul tratto dell’autostrada A31, che da Vicenza sale verso Nord e l’altopiano di Asiago, s’incrocia un’auto ogni dieci, venti Tir.
L’industria dell’Alto Vicentino — acciaio, meccanica strumentale, materie plastiche, gomma — gira a pieno regime. A Sandrigo, otto chilometri a Nord rispetto al suo polo logistico, la Fitt della famiglia Mezzalira è ormai nettamente sopra i 200 milioni di fatturato (l’anno prima della crisi, il 2007, era a 170), di cui esporta oltre il 70 per cento, quasi tutto in Europa. I tubi per il giardinaggio e l’hobbistica prodotti a Sandrigo e quelli per l’edilizia, le infrastrutture e l’industria sfornati dagli altri cinque stabilimenti italiani, viaggiano verso gli 80mila metri quadrati — con una capacità fino a 60mila pallet e un elevato tasso di automazione — del polo logistico di San Pietro e da qui verso un’altra decina di centri di smistamento in Italia, Francia, Spagna, Polonia e Cina. Come la Fitt, decine di altre aziende nell’Alto Vicentino, centinaia nei distretti del Veneto, migliaia nel triangolo industriale Milano-Bologna-Padova. Il cuore dell’Italia che produce, che esporta, che fattura. Che dà lavoro e benessere.
Nel triangolo lombardo-venetoemiliano ci sono punte con tassi di crescita a doppia cifra, tipo Far East. Ma, come certifica il recente rapporto “Economia e finanza dei distretti industriali” della direzione Studi e Ricerche di Intesa San Paolo, anche i valori medi sono superiori a quelli del “vecchio” triangolo industriale Milano-Torino-Genova indebolito dalla desertificazione industriale della Liguria e dalla mancata elaborazione del lutto a Torino, orfana della Fiat in progressiva emigrazione. L’area più brillante del Paese è quella pedemontana che comincia nel Nord della provincia di Milano, la Brianza, il Varesotto, e continua verso Est attraverso il Bergamasco, il Sebino, i fondo valle bresciani, le province di Verona, Vicenza, Padova e su a Nord verso Treviso, il Bellunese (che con il distretto degli occhiali vince la classifica delle performance di crescita e redditività) fino alla Inox Valley tra Piave e Livenza, a cavallo tra Veneto e Friuli. E poi, sul tratto emiliano sopra la A1, dai distretti lattiero caseari di Parma e Reggio Emilia a quelli dell’abbigliamento (Carpi), dell’imballaggio (Bologna) e delle piastrelle (Sassuolo).
Anche qui, da Modena verso il Brennero e da Bologna verso Padova, le corsie di destra delle autostrade sono una eterna sequenza di mezzi pesanti carichi di merce.
I distretti migliori hanno scavallato il decennio della Grande Crisi e si ritrovano con aumenti del fatturato, rispetto al 2008, del 30-40 per cento.
Addirittura spettacolare la performance del distretto del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, che in dieci anni ha incrementato l’export del 164% e il fatturato del 75.
Discorso diverso per la redditività, che ha risentito del sensibile calo dei prezzi negli anni difficili: ma i distretti migliori — meccanica e agroalimentare — fanno margini intorno al 9-10 per cento. A Nord-Ovest solo i vini di Langhe Roero e Monferrato e rubinetti e valvole di Cusio-Valdossola reggono ritmi di crescita così sostenuti.
Dunque le cifre dei centri studi confortano l’evidenza empirica: Lombardia, Emilia e Veneto sono il traino dell’economia nazionale. Oltre 19 milioni di residenti in una media condizione di benessere (media, non uniforme), oltre il 40 per cento del Pil nazionale. Eppure proprio da Lombardia, Veneto ed Emilia arrivano segnali di irrequietezza apparentemente contraddittori. Sono, non per caso, le tre regioni che hanno avviato il percorso per l’ottenimento di un più alto grado di autonomia fiscale e amministrativa da Roma. Sono le tre regioni in cui, il 4 marzo, la Lega ha stravinto. Un risultato prevedibile in Lombardia e Veneto, forse meno in Emilia, dove Salvini, moltiplicando dal 2 a oltre il 19% i suoi consensi, mette in crisi la semplicistica lettura dei flussi elettorali secondo cui i voti persi dalla sinistra sono finiti al M5S. Non è proprio così, non ovunque.
E allora come si spiega questa apparente contraddizione?
Perché da Lombardia, Emilia e Veneto, dove le infrastrutture ci sono, la sanità e gli altri servizi funzionano, l’economia finalmente tira, arriva una così forte richiesta di cambiamento?
È il cuore di quella che anni fa i sociologi chiamavano la “questione settentrionale”.
Alessandro Mezzalira, 44 anni, che guida l’impresa di famiglia da quando ne aveva 30, dal suo osservatorio proprio in mezzo al campo, la spiega così: «Quando ho preso in mano l’azienda ho impostato un business plan che punta a rivoluzionarla (da contoterzista a marchio proprio, riconoscibile anche sugli scaffali del largo consumo, ndr) in un arco di tempo di otto anni.
Vorremmo lo stesso dal nostro Paese: non misure elettorali, ma un progetto a medio-lungo termine per creare un contesto favorevole a chi produce e crea lavoro. Fin qui, a parte il piano Industria 4.0, s’è visto poco o nulla». Questione di velocità: chi è uscito dalla crisi e vede le condizioni congiunturali per premere sull’acceleratore trova un’autostrada piena di ostacoli e non riesce a dispiegare la potenza del motore. «È questo il senso del voto nelle Regioni del Nord e anche della loro richiesta di autonomia — chiosa Daniele Marini, docente di Sociologia a Padova e direttore scientifico di Community Media Research — da questi territori arriva un segnale di in-sofferenza, proprio così, con il trattino, nei confronti di uno Stato che non asseconda la loro spinta alla crescita, nei confronti di un contesto molto lento, se non addirittura refrattario al cambiamento. E lo stesso segnale di insofferenza viene da quel pezzo del mondo produttivo e della popolazione che non è ancora completamente uscito dalla crisi: il settore artigiano, i piccoli commercianti, le famiglie con i figli che non trovano lavoro, quando qui fino a dieci anni fa c’era la piena occupazione».
«Per trattenere i giovani, possibilmente per attirarne altri dalle altre zone del Paese, non bastano le imprese familiari, servono le grandi aziende — ammonisce Fabrizio Guelpa, economista del centro Studi e Ricerche di Intesa San Paolo — E per diventare grandi i distretti e le aziende, anche nel Nord Est, devono aprirsi, rigenerarsi e attivare i contatti con i centri urbani dove si trovano le competenze indispensabili per la riorganizzazione e la crescita». Insomma, il modello che fin qui ha funzionato e che ha permesso di superare la recessione non è una garanzia di successo per il futuro. Neppure nel triangolo d’oro tra Milano, Bologna e Padova.
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