La sorte dei crediti scaduti nel fallimento della società utilizzatrice

La sentenza in esame offre l’occasione per gettare, ancora una volta, lo sguardo sulla casistica che il Curatore si trova ad affrontare nella verifica dei crediti derivanti dai contratti di leasing pendenti alla data di dichiarazione di fallimento della società utilizzatrice.

Nello specifico, la vicenda sui cui è stata chiamata a pronunciarsi la Suprema Corte vede coinvolta una banca che, a seguito del fallimento della società utilizzatrice e della decisione della curatela di optare per lo scioglimento del rapporto contrattuale ai sensi dell’art. 72 quater LF, ha provveduto a depositare domanda di rivendica per la restituzione dei beni e domanda di ammissione al passivo per i canoni scaduti ed a scadere.

Il giudice delegato, in sede di verifica dei crediti, ha accolto l’istanza di rivendica, dichiarando inammissibile, invece, la domanda di ammissione al passivo.

Avverso tale provvedimento, la banca ha proposto opposizione allo stato passivo ex artt. 98-99 LF, risultando soccombente.

Tra le motivazioni assunte a sostegno della inammissibilità della domanda di ammissione al passivo presentata dalla banca congiuntamente all’istanza di rivendica, è stata rilevata dal Tribunale, quale condizione necessaria per l’insinuazione, sia dei canoni scaduti che a scadere, l’avvenuta collocazione dei beni oggetto di locazione finanziaria.

Svolto il ricorso in Cassazione si è giunti alla sentenza che ora si segnala ai Lettori, secondo la quale la ratio decidendi seguita dal Tribunale non può essere accolta, in quanto in contrasto con il vigente orientamento giurisprudenziale consolidatosi in materia.

A detta dei Giudici di legittimità è, infatti, assolutamente pacifico, come già enunciato in casi analoghi (cfr. Cass. Civ., sent. n. sent. n. 4862 del 2010, Cass. Civ. n. 15701 del 2011 e Cass. Civ. n. 17577 del 2015), il principio giuridico in base al quale“in tema di leasing, in caso di scioglimento del contratto ad opera del curatore fallimentare, il concedente, per i crediti scaduti, insinuandosi al passivo in sede di verifica dei crediti, può soddisfarsi in sede fallimentare, in quanto il credito è sorto anteriormente al concorso e detti crediti andranno pacificamente ammessi, al lordo degli interessi di mora, alla data della dichiarazione di fallimento. Per i canoni a scadere, invece, il creditore ha soltanto diritto alla restituzione del bene, oltre al diritto eventuale (per il quale vi è incertezza sul se verrà ad esistenza e su quale eventualmente sarà il preciso ammontare) di insinuarsi nello stato passivo, in via tardiva, per la differenza fra il credito vantato alla data del fallimento e quanto ricavato, o meglio la minore somma ricavata rispetto a detto credito dalla nuova allocazione del bene“.

In altre parole, con la sentenza in esame, la Corte di Cassazione ha avuto modo di ribadire nuovamente che, ove la società di leasing faccia valere un credito fondato su rate scadute ante fallimento e canoni a scadere post fallimento, il primo può essere ammesso al passivo anche prima della vendita del bene, mentre il secondo dovrà attendere la vendita (o allocazione) del bene.

Per una corretta interpretazione ed applicazione dell’art. 72 quater LF, il credito vantato dalla banca deve essere suddiviso, a parere della Suprema Corte, in due segmenti: “il primo relativo ad una somma certa e determinata già alla data della dichiarazione di fallimento (rappresentato dai canoni scaduti e non pagati) ed il secondo relativo ad una somma indeterminata, variabile e dipendente dalla reazione del mercato alla nuova allocazione del bene (rappresentato dalla differenza tra il valore residuo del bene alla data di fallimento e quanto incassato, che può essere anche negativa)”.

Va da sé, quindi, che, nella fattispecie de qua, il Giudice Delegato da un lato ed il Tribunale dall’altro avrebbero dovuto tenere in debita considerazione la suddivisione del credito, per come sopra esposta.

Cosa che non è avvenuta e che ha portato la Corte di Cassazione ad accogliere il ricorso presentato dalla banca, rinviando la causa al Tribunale al fine di porsi in linea con l’orientamento interpretativo già assunto in giurisprudenza.

Cass., Sez. I civile, 13 settembre 2017, n. 21213

Maria Assunta D’Angelo – m.dangelo@lascalaw.com

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