Quando la “roulette russa” non è un azzardo

Il Tribunale di Roma si è espresso sulla legittimità della clausola del tipo “roulette russa”, la quale – prevista all’interno di un patto parasociale siglato fra due soci paritari di una S.p.a. – si pone l’obiettivo di risolvere alcune specifiche ipotesi di stallo gestionale (dead lock) attraverso l’uscita forzata di uno dei due soci e la contestuale acquisizione dell’intero capitale sociale da parte dell’altro socio.

Detta clausola conferisce la facoltà di rivolgere un’offerta (irrevocabile) di acquisto al socio che la “attiva”. Quest’ultimo, comunicando il valore attribuito alle partecipazioni rappresentative dell’intero capitale sociale, stabilisce, percentualmente, il prezzo a cui si rende disponibile ad acquistare. Il socio oblato potrà accettare l’offerta e vendere – al prezzo così determinato – ovvero acquistare l’altrui partecipazione, assumendo come base di determinazione del prezzo il valore del capitale sociale stabilita dall’altro socio.

Nel caso di specie parte attrice, tra le diverse contestazioni mosse avverso la sopra descritta clausola, ha rilevato che detta previsione sancisce e protegge interessi non meritevoli di tutela oltreché contrari ai principi generali di correttezza e buona fede.

Sul punto, il Tribunale romano – dopo avere evidenziato che la clausola di “roulette russa è un negozio legislativamente atipico, di cui va verificata la validità in termini di liceità e di rispondenza ad interessi meritevoli di tutela per l’ordinamento, ai sensi dell’art. 1322, c. 2, c.c.”,- ha affermato che “la finalità di risolvere uno stallo decisionale a tutela dell’affare comune, cui è diretta la stipulazione di tale tipo di clausola, risulta meritevole di protezione da parte dell’ordinamento in quanto consente, da un lato, di salvaguardare il progetto imprenditoriale e, dall’altro, di evitare i costi e le lungaggini della procedura di liquidazione della società, che costituisce l’esito finale dello stallo gestionale”.

Proseguendo, a detta degli attori, la clausola in questione non permetterebbe una equa valorizzazione della partecipazione sociale; tale considerazione si fonderebbe su un principio generale, di necessaria attribuzione di un valore non arbitrario alla partecipazione sociale, applicabile tutte le volte in qui un socio è chiamato ad uscire dalla compagine sociale.

Sul punto il Tribunale di Roma ha rilevato che non è possibile “predicare l’esistenza di un principio di equa valorizzazione della partecipazione applicabile anche all’ipotesi di russian roulette clause, almeno nei termini prospettati da parte attrice “ continuando che “non può ravvisarsi all’interno del diritto societario alcuna norma imperativa implicita che vieti o renda illegittima ex ante una clausola antistallo del tipo della roulette russa anche nel caso in cui la parte titolare del potere di determinare il prezzo non sia soggetta ad alcun criterio obiettivo da seguire e sempre che la clausola non porti, necessariamente, ad una determinazione iniquaCiò che l’ordinamento vuole non è tanto la fissazione di un valore intrinsecamente equo, ma che la clausola pattizia non consenta, a priori, di fissare un valore manifestamente iniquo”.

Alla luce di tale ultimo assunto, la garanzia di equità nella determinazione del prezzo si può rinvenire nella circostanza per cui il socio che si offre ad acquistare ad un prezzo da lui determinato possa essere chiamato a vendere la sua partecipazione alle medesime condizioni.

In conclusione, anche in forza delle motivazioni di cui sopra, il Tribunale di Roma pronunciandosi sulla validità della clausola della c.d. roulette russa ne ha sancito la legittimità stabilendo inoltre che la sua attivazione non ha generato alcuna fattispecie abusiva.

Tribunale di Roma, 19 ottobre 2017, n. 19708

Alessandro Passanisi – a.passanisi@lascalaw.com

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