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La risposta di Bankitalia al vicepremier: abbiamo criticato anche altri governi

«L’allargamento dello spread sui titoli di Stato e sulle obbligazioni emesse da società e banche italiane potrebbe frenare il miglioramento delle condizioni finanziarie». Sono solo due righe, ma pesanti. Perché non le ha scritte la contestatissima Banca d’Italia, ma il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e sono a pagina 18 della Nota di aggiornamento del Def approvata dal governo giallo-verde. Anche per questo a Via Nazionale, nella sede della Banca d’Italia, non danno più di tanto peso agli attacchi della Lega e del M5S, partiti a testa bassa dopo l’audizione sulla manovra del vice direttore generale, Federico Signorini, che sostanzialmente ha detto le stesse cose di Tria e della Nota.

Cioè preoccupazione per l’innalzamento dello spread ed il riflesso che questo potrebbe avere attraverso le banche, sull’economia reale, e per lo smontaggio della legge Fornero, cui anche la Nota approvata dal governo riconosce pienamente il merito di aver «reso sostenibile» il sistema previdenziale. Gli attacchi di Luigi Di Maio, cui ieri sono seguiti quelli altrettanto duri del ministro dei Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, e del presidente della Commissione Finanze del Senato, il leghista Alberto Bagnai, sono considerati forse un po’ sopra le righe, ma non scuotono più di tanto la Banca.

«Basta rileggere i nostri commenti alle manovre dei precedenti governi» spiegano, per far intendere che le critiche, avanzate sempre con toni molto diplomatici come quelli usati da Signorini l’altro giorno, non sono mai state lesinate a nessun governo, di nessun colore. Né ai tempi di Giulio Tremonti, che teneva sulla scrivania il barattolo dei pelati Cirio e duellava tutti i giorni con Antonio Fazio, né in quelli più recenti, con Matteo Renzi, che ha voluto la commissione di inchiesta sul crac delle banche, accusava le disattenzioni della vigilanza di Via Nazionale, fino a osteggiare la conferma del Governatore, Ignazio Visco.

Continua e continuerà ad essere così oggi, e domani. Il 18 ottobre il Parlamento dovrebbe votare l’istituzione della nuova Commissione di inchiesta sul sistema bancario, che si preannuncia ben più combattiva di quella messa su, alla fine, dal governo guidato da Paolo Gentiloni e guidata da Pier Ferdinando Casini. Avrà due anni e mezzo di tempo per fare analisi, audizioni e tirare le conclusioni, ed è sicuro che Via Nazionale finirà di nuovo sul banco degli imputati.

Non per questo, si fa notare, Bankitalia si sottrae al suo compito di consigliere «affidabile» e «attendibile» degli organi costituzionali, dal Parlamento al Governo. Ed è solo in questa luce che andrebbe valutato l’allarme lanciato in Parlamento martedì, quasi identico a quello di Tria nella Nota. Un ulteriore aumento dello spread, o degli interessi sui titoli di Stato, rischia di creare problemi al sistema bancario italiano, ancora debole. «Qualche banca — ha detto Signorini — potrebbe trovarsi nella necessità di rivolgersi al mercato» per aumentare il capitale.

Dal 26 settembre, quando è apparso per la prima volta il 2,4% di deficit per il 2019, le banche italiane hanno perso in Borsa il 16% in media. Intesa ha lasciato sul terreno 6 miliardi di capitale, Unicredit 4,5. Il valore della quota del Tesoro in Mps è sceso da 5,4 a 1,5 miliardi di euro, bruciandone 3,9. Meno capitale vuol dire meno capacità di prestare denaro, e a prezzi più alti. Con un impatto diretto e molto pesante sull’economia reale. Quello è il rischio. Il resto è la “solita” polemica.

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