Approvato il disegno di legge che modifica il mercato del lavoro

Lo scorso 23 marzo il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministro dell’Economia, ha presentato al Consiglio dei Ministri la riforma del mercato del lavoro. Il disegno di legge è stato approvato dal Consiglio dei Ministri nella medesima data.

Le principali novità previste dalla riforma concernono la disciplina dei contratti di lavoro, i licenziamenti individuali, gli ammortizzatori sociali e la previsione di alcuni interventi per una maggiore inclusione delle donne nella vita economica.

Come anticipato, con la riforma si intende apportare delle modifiche agli istituti contrattuali esistenti ed in particolare alla disciplina dei contratti a tempo determinato, dell’apprendistato e delle collaborazioni  a progetto.

In relazione ai contratti a termine si prevede, in primo luogo, l’ampliamento dell’intervallo tra un contratto e l’altro a 60 giorni nel caso di un contratto di durata inferiore a 6 mesi ed a 90 giorni nel caso di un contratto di durata superiore.

Viene previsto inoltre il prolungamento del periodo durante il quale il rapporto a termine può proseguire oltre la scadenza per soddisfare esigenze organizzative (prosecuzione del rapporto di 30 giorni per contratti di durata inferiore ai sei mesi e di 50 giorni per quelli di durata superiore).

Nel ddl si stabilisce altresì che il primo contratto a termine non debba più essere giustificato attraverso la specificazione della causale tecnica, produttiva, organizzativa o sostitutiva, fermi restando i limiti di durata massima previsti per l’istituto e si prevede che nella determinazione del periodo massimo di 36 mesi per la stipulazione di contratti a termine con il medesimo dipendente vengano computati anche eventuali periodi di lavoro somministrato intercorsi tra il lavoratore e il datore/utilizzatore.

Infine si ribadisce che l’indennità dovuta al lavoratore in caso di dichiarazione di illegittimità del termine apposto al contratto copre tutte le conseguenze retributive e contributive e si propone di modificare il termine per l’impugnazione stragiudiziale del contratto a termine (da60 a120 giorni).

Altro istituto oggetto della riforma è il contratto di apprendistato. Secondo quanto esposto dal Ministro Fornero nella relazione per la presentazione della riforma, gli interventi sull’apprendistato sono volti a rendere l’istituto il canale privilegiato per l’accesso dei giovani al mondo del lavoro ed ad enfatizzare i contenuti formativi di tale tipologia contrattuale.

Tra gli interventi previsti vi è l’introduzione di un meccanismo di assunzione di nuovi apprendisti collegato alla percentuale di stabilizzazioni effettuate nell’ultimo triennio, con esclusione dal computo della percentuale dei rapporti cessati per il periodo di prova, per dimissioni o per licenziamento per giusta causa.

Si propone altresì un innalzamento del rapporto tra apprendisti e lavoratori qualificati dall’attuale 1:1 a 3:2 e si prevede infine la durata minima di sei mesi per il periodo di apprendistato, salvo per le attività stagionali e le eccezioni previste nel Testo Unico (d. lgs. 167/2011).

Quanto alle collaborazioni a progetto, per evitare utilizzi impropri dell’istituto, nel ddl si prevede che il “progetto” non possa consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale dell’impresa committente e che le attività del collaboratore non siano limitate a mansioni meramente esecutive o ripetitive.

Si stabilisce inoltre una presunzione del carattere subordinato del rapporto quando l’attività del collaboratore a progetto sia analoga a quella svolta, nell’ambito dell’impresa committente, da lavoratori dipendenti fatte salve le prestazioni di elevata professionalità.

Ed ancora, per disincentivare il ricorso a tale istituto, si elimina la facoltà di introdurre nel contratto clausole che consentano il recesso del committente prima della scadenza del termine e/o del completamento del processo e viene abolito il concetto di “programma”.

Il disegno di riforma prevede infine una norma interpretava che chiarisce che, in caso di mancanza di un progetto specifico, il contratto a progetto si considera di lavoro subordinato a tempo indeterminato e, sul piano contributivo, introduce un incremento dell’aliquota contributiva IVS degli iscritti alla Gestione separata dell’INPS.

La riforma in esame opera anche una revisione della disciplina dei licenziamenti individuali ed articola tre regimi sanzionatori per il licenziamento illegittimo, a seconda che venga accertata dal giudice:

a)      la natura discriminatoria o il motivo illecito determinante;

b)      l’inesistenza del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa indicati dal datore di lavoro (c.d. licenziamenti soggettivi o disciplinari);

c)       l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo indicati dal datore di lavoro (licenziamenti c.d. oggettivi o economici).

 

Il regime dei licenziamenti discriminatori resta quello del vigente art. 18 St. Lavoratori, per cui le conseguenze rimangono la condanna del datore di lavoro -qualunque sia il numero dei dipendenti occupato- a reintegrare il dipendente nel posto di lavoro e a risarcire i danni retributivi (con un minimo di cinque mensilità di retribuzione), nonché a versare i contributi previdenziali e assistenziali in misura piena.

Inoltre, il lavoratore mantiene la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in cambio della reintegrazione, un’indennità pari a 15 mensili di retribuzione la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro.

Tale regime si applica per i licenziamenti disposti nel periodo di maternità, in concomitanza del matrimonio, nonché per motivo illecito (art. 1345 cod. civ.).

Per i licenziamenti soggettivi o disciplinari la riforma prevede un regime sanzionatorio diverso a seconda delle ipotesi di illegittimità del licenziamento.

Quando si accerti la non giustificazione del licenziamento per l’inesistenza del fatto contestato al lavoratore ovvero la riconducibilità dello stesso a condotte punibili con una sanzione minore alla luce delle tipizzazioni di giustificato motivo soggettivo e di giusta causa previste dai CCNL applicabili, il giudice annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione del dipendente e al risarcimento dei danni retributivi patiti, dedotto quanto percepito  o percepibile dal lavoratore, entro un massimo di 12 mensilità di retribuzione. Vi è inoltre la condanna al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali. In tale ipotesi, il lavoratore mantiene la facoltà di scegliere, in luogo della reintegrazione, un’indennità sostitutiva pari a 15 mensilità. Tale disciplina si applica anche ai licenziamenti intimati prima dello spirare del periodo di comporto, ed a quelli motivati dall’inidoneità fisica oppure psichica del lavoratore (legge n. 68/1999).

Negli altri casi di illegittimità del licenziamento soggettivo o disciplinare, non vi è la condanna alla reintegrazione bensì al pagamento  di un’indennità risarcitoria tra le 15 e le 27 mensilità di retribuzione. Tale regime si applica anche ai licenziamenti viziati nella forma o sotto il profilo della procedura disciplinare, ma l’indennità è compresa tra le 7 e le 14 mensilità a meno che non vi sia anche un difetto di giustificazione del licenziamento.

Infine per le ipotesi di licenziamento oggettivo o per motivi economici non è più previsto il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro, ma solamente il riconoscimento a favore del lavoratore di una indennità risarcitoria onnicomprensiva tra 15 e 27 mensilità di retribuzione.

Viene fatta salva la facoltà del lavoratore di provare la natura discriminatoria o disciplinare del licenziamento.

Si prevede infine per tali ipotesi l’esperimento di una rapida procedura di conciliazione innanzi alla Direzione territoriale del lavoro (dtl).

Il ddl approvato dal Consiglio dei Ministri prevede anche una serie di interventi sugli ammortizzatori sociali.

In via di estrema sintesi, si propone di istituire l’Assicurazione sociale per l’impiego (ASPI), destinata a sostituire le attuali indennità di mobilità, di disoccupazione non agricola ordinaria, di disoccupazione con requisiti ridotti e di disoccupazione speciale edile.

L’ambito soggettivo di applicazione è ampliato ad apprendisti e artisti; le durate sono analoghe agli attuali trattamenti disoccupazione ordinari e di mobilità, mentre gli importi per le retribuzioni superiori a 1.200 euro risultano più elevati rispetto ai trattamenti di mobilità.

La riforma proposta prevede infine alcuni interventi volti a favorire una maggiore inclusione delle donne nella vita economica.

Più specificamente, al fine di contrastare le “dimissioni in bianco” si estende il regime della convalida delle dimissioni delle lavoratrici madri anche all’ipotesi della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro e si amplia da uno a tre anni di vita del bambino, il periodo entro il quale le dimissioni devono essere convalidate dal servizio ispettivo del Ministero del Lavoro.

Quanto all’efficacia delle dimissioni e della risoluzione consensuale, si prevede che la volontà risolutoria venga convalidata dal servizio ispettivo o che  venga sottoscritta una dichiarazione in calce alla ricevuta di trasmissione della comunicazione di cessazione del rapporto di lavoro.

Il ddl introduce infine il congedo di paternità obbligatorio -riconosciuto al padre entro cinque mesi dalla nascita del figlio per un periodo di tre giorni continuativi- e dei voucher per la prestazione di servizi di baby-sitting erogati dall’INPS modulati in base ai parametri ISEE della famiglia.

(Federico Strada – f.strada@lascalaw.com)

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