La ratifica del contratto stipulato sotto nome altrui

La Corte di Cassazione si è pronunciata sulla stipulazione di un contratto con sostituzione di persona e usurpazione del nome del legale rappresentante di una società, indicata quest’ultima come parte contrattuale.

Nella sentenza de qua, vengono richiamati due orientamenti dottrinali. Secondo il primo,  il contratto stipulato con usurpazione di nome altrui non sarebbe nullo. Tuttavia, bisogna distinguere a seconda che il dichiarante abbia voluto per sé il risultato del negozio o abbia inteso attribuirlo al titolare del nome usato, effettuato di volta in volta un’operazione ermeneutica del comune volere dei contraenti. Dunque, a determinate condizioni, il contratto stipulato dall’usurpatore di nome altrui può essere riferito al vero portatore del nome e dispiegare i suoi effetti nei confronti di quest’ultimo, secondo lo schema della falsa rappresentanza. Altra autorevole dottrina sostiene, invece, che il contratto sotto falso nome sarebbe da considerarsi nullo per mancanza della volontà del soggetto cui la dichiarazione si attribuisce ovvero per mancata congruenza in ordine al contenuto delle dichiarazioni di volontà delle parti. Pertanto, non essendo ratificabile il contratto che manchi di uno dei suoi elementi essenziali,  la ratifica ai sensi dell’art.1399 c.c. sarebbe da escludersi. Quest’ultimo orientamento tutelerebbe sia il titolare del nome sia l’affidamento della controparte, che ha prestato il proprio consenso consapevole dell’identità dell’altra parte contrattuale, ragion per cui la falsità di quest’ultima comporterebbe la mancanza di un elemento essenziale del contratto.

Nel caso oggetto della presente pronuncia, l’usurpatore del nome non ha riferito il contratto né a sé stesso né alla persona fisica della quale ha usato falsamente il nome, ma lo ha riferito alla società, con la conseguenza che la controparte ha prestato il suo consenso conscia del fatto che il contratto fosse da imputarsi alla società.

Tale fattispecie è, per la Suprema Corte, “assimilabile ad una spendita indebita del nome del (legale rappresentante del) la società”, con la precisazione, però, che “non è immediatamente riconducibile a quella della rappresentanza diretta, essendo tuttavia possibile l’applicazione in via analogica della relativa disciplina codicistica.” Pertanto, la società, della quale è mancato ab origine il consenso, è tutelata con l’inefficacia del contratto, al quale è rimasta estranea.

Rileva, inoltre, la circostanza che il contratto di cui trattasi è un contratto di finanziamento, per sua natura non formale, sicché la mancanza di sottoscrizione da parte del vero legale rappresentante della società non incide ai fini dell’esistenza del contratto, nemmeno in ordine all’onere della forma scritta.

Pertanto, secondo l’impostazione tracciata dalla Corte, risulta necessario individuare preliminarmente la persona fisica, avente in poteri rappresentativi della società ( e, quindi, in grado di ratificare), per poi “identificare gli atti o i comportamenti a questa persona fisica imputabili, idonei ad integrare ratifica del contratto di finanziamento, con portata recettizia anche nei confronti della controparte contrattuale

Cass., sez. III, 10 novembre 2016, n. 22891 (leggi la sentenza)

Serena Cefola s.cefola@lascalaw.com

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