La prova in merito alla impartizione di disposizioni a valere sui rapporti bancari

Corte d’Appello di Brescia, Sez. I, 19 settembre 2013, n. 1016

La sentenza in commento, emessa dalla Corte d’Appello di Brescia ed ottenuta dallo Studio La Scala nell’interesse di un proprio cliente istituzionale, pone la propria attenzione sulle modalità con cui il cliente deve contestare le operazioni a valere sui propri rapporti, nonché i termini con cui la Banca può fornire la prova riguardo alla impartizione di disposizioni a valere sui rapporti intrattenuti tra il cliente e la Banca medesima.

La pronuncia della Corte d’Appello – emessa all’esito della richiesta di riforma avanzata da parte della cliente (la quale aveva visto rigettato in primo grado le domande restitutorie avanzate nei confronti della Banca, riguardo ad operazioni eseguite sul proprio rapporto di conto corrente per l’acquisto di strumenti finanziari) – ha il pregio di esaminare aspetti eterogenei attinenti all’ambito della prova.

Il Collegio, ripercorrendo i passaggi fattuali e processuali del primo grado, afferma innanzitutto che la sentenza del Tribunale non risulta affetta da vizi logici od argomentativi in quanto “le contestazioni formulate dall’attrice-appellante all’operato della banca risultano tardive e generiche e risultano valide e coerenti le argomentazioni esposte e non in contrasto con le regole di cui all’art. 2729 c.c.”. Si tratta di una presunzione di conoscenza da parte della cliente delle operazioni di investimento, che viene rinvenuta in ragione del fatto che “risulta pacifico che gli estratti conto erano stati spediti dalla banca ad un indirizzo che è risultato corrispondere a quello della figlia/cointestataria dei rapporti contrattuali (conto corrente, negoziazione e deposito titoli), la quale, in qualità di cointestataria di tali rapporti, era anche il soggetto cui la corrispondenza veniva inviata”.

Peraltro, la Corte ha ritenuto di poter trarre argomento di prova dell’infondatezza della domanda avversaria, facendo riferimento anche al comportamento processuale ed extraprocessuale tenuto dalla controparte: “nella specie, quindi, le presunzioni gravi, precise e concordanti sono certamente riferibili a diversi elementi acquisiti nel corso giudizio, tra i quali, l’atteggiamento processuale ed extraprocessuale assunto da parte della attrice, la quale ha dapprima contestato operazioni di addebito in conto corrente, salvo poi riferirne e riconoscerne la paternità; …; dalla genericità delle contestazioni mosse in ordine alle operazioni d’investimento/disinvestimento disposte per il tramite della banca; dalla mancata contestazione in ordine al fatto che la corrispondenza venisse inviata alla figlia intestataria del rapporto”.

In ragione di ciò, la Corte d’Appello di Brescia non ha potuto che richiamare il recente orientamento della Suprema Corte di Cassazione secondo cui “gli estratti non contestati si presumono conformi alle disposizioni impartite dal correntista e “su questi grava l’onere di provare l’esistenza di fatti, non necessariamente negativi ma anche positivi, diversi e contrari rispetto al contenuto delle annotazioni” (cfr. Cass. n. 3574/2011)”.

(Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com)

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