Se la procura è autenticata, la nullità è sanata

La procura alle liti rilasciata all’estero, e non autenticata da notaio o altro pubblico ufficiale, è nulla: tale vizio, tuttavia, è sanabile.

Questo è il principio affermato dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 21689.

La pronuncia in commento è stata resa all’esito del giudizio di impugnazione della sentenza della Corte d’Appello con cui era stata dichiarata l’invalidità della procura alle liti rilasciata da una delle parti in causa.

L’invalidità, in particolare, derivava dal fatto che la procura fosse stata autenticata dal legale italiano, sebbene rilasciata all’estero: il potere di autenticazione del difensore italiano – aveva statuito la corte territoriale – non può estendersi oltre i confini di Stato.

Ebbene, la decisione d’appello è stata impugnata con ricorso per Cassazione.

Il ricorrente, nello specifico, ha sottolineato che la procura si sarebbe dovuta considerare nulla, e non anche inesistente, sull’assunto che l’art. 83 c.p.c. non tipizza alcuna sanzione per l’ipotesi di vizio dell’autenticazione all’estero da parte di un difensore italiano.

La qualificazione giuridica del vizio quale nullità, peraltro, determina, nella tesi prospettata dal ricorrente, l’applicazione della disciplina di cui all’art. 182 comma 2 c.p.c. in materia di sanatoria del difetto di rappresentanza.

I giudici di legittimità, in pieno accoglimento del ricorso proposto e delle relative argomentazioni, hanno ritenuto che la procura è nulla, e non anche inesistente, così riconoscendone la relativa sanabilità.

A fondamento di tale decisione è stato richiamato il costante orientamento giurisprudenziale interessato a “privilegiare l’effettiva ratio della certificazione della procura quale strumento di garanzia dell’autografia del mandante, realizzando una giustizia sostanziale non legata a prescrizioni di mera forma”.

Sulla scorta di tale principio – si legge nella pronuncia – è applicabile al caso di specie la disciplina contenuta nell’art. 182 comma 2 c.p.c., laddove prevede l’onere, per il Giudice, di concedere un termine alle parti affinché possano sanare il vizio.

La sentenza impugnata, pertanto, è stata cassata, con rinvio alla Corte d’Appello anche per le statuizioni in materia di spese processuali.

Cass., Sez. VI Civ., 6 settembre 2018, ordinanza n. 21689

Cristina Pergolari – c.pergolari@lascalaw.com

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