La prescrizione no, non l’avevo considerata

La Terza Sezione della Cassazione Civile ha stabilito il seguente principio di diritto: “nelle cause scindibili, il singolo contendente non può giovarsi dellattività processuale compiuta dagli altri in relazione ad un periodo diverso e precedente a quello in cui è svolta la propria, sicché, nellipotesi di sospensione o di interruzione del giudizio tempestivamente riassunto da uno dei litiganti, il litisconsorte facoltativo che abbia spiegato intervento adesivo autonomo dopo la scadenza dei termini fissati, rispettivamente, dallart. 297 o dallart. 305 c.p.c., può giovarsi soltanto delleffetto interruttivo della prescrizione derivante dalla notificazione delloriginario atto introduttivo del giudizio, ai sensi dellart. 2943, comma 1, c.c., ma non anche delleffetto sospensivo di cui allart. 2945, comma 2, c.c., atteso che il giudizio non tempestivamente coltivato deve ritenersi estinto e che latto di intervento equivale allatto introduttivo di un nuovo giudizio”.

Nel caso risolto dalla Suprema Corte era stato, inizialmente, avviato il giudizio per la revocatoria ordinaria di un fondo patrimoniale da parte di un Istituto di Credito, avverso un proprio debitore; nelle more del giudizio il debitore veniva dichiarato fallito in qualità di socio di una S.A.S. ed il giudizio dichiarato interrotto. Subentrava, quindi, il curatore fallimentare che riassumeva il giudizio ma con efficacia erga omnes a tutela, quindi, della parità di trattamento tra tutti i creditori del fallito. Ebbene, prima che il giudizio giungesse alla sua naturale conclusione, il fallimento veniva revocato ed il debitore tornava in bonis. A questo punto la Banca attrice riassumeva prontamente il giudizio al fine di ottenere la declaratoria di inopponibilità dell’atto dispositivo nei propri confronti e, in un secondo momento, interveniva nel giudizio anche un altro Istituto di Credito che, però, era da ritenersi tardivo ai sensi e per gli effetti dell’art. 297 c.p.c..

È, infatti, necessario riconoscere che, una volta intervenuta la revoca del fallimento – stante la natura degli effetti della sentenza che accoglierebbe la domanda revocatoria, determinando la mera inopponibilità soggettiva dell’atto dispositivo al creditore che ha agito in giudizio – la domanda originaria, azionata nell’interesse della massa dei creditori, sia scomponibile in una pluralità di domande autonomamente proseguibili da ciascun singolo creditore che può, quindi, riassumere personalmente l’azione revocatoria ordinaria avviata dal curatore, avvalendosi anche degli effetti sostanziali e processuali dipendenti dalla notifica dell’atto di citazione originario, purché sia ligio nel rispettare il termine di cui all’art. 305 c.p.c..

Di conseguenza, la causa che non venga riassunta, entro tale termine, dal singolo creditore, si estingue ma con effetti limitati alla sola sua domanda.

Tornando al nostro caso, la seconda Banca ha svolto un intervento adesivo autonomo (ai sensi dell’art. 105 c.p.c.) realizzando, così, una connessione di cause scindibili ed indipendenti per la diversità dei rapporti rispettivamente dedotti (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 15197 del 24 novembre 2000, Rv. 542136). Così correttamente qualificato l’intervento svolto dall’Istituto di Credito si configurerebbe non come riassunzione di un processo sospeso ma come vero e proprio avvio di un giudizio nuovo che, di conseguenza, verrebbe decapitato dalla mannaia della prescrizione risultando, appunto, tardivo rispetto al termine trimestrale dell’art. 297 c.p.c..

In concreto, infatti, la Banca ben si poteva avvalere dell’effetto interruttivo del giudizio esercitato dal curatore, ma solo di questo e non anche degli effetti sospensivi della prescrizione. Per fruire di questi ultimi, avrebbe dovuto proseguire il giudizio della curatela, piuttosto che istaurarne uno ex novo, benché introdotto mediante intervento adesivo autonomo nella causa revocatoria proseguita da altro creditore. Infatti, il contendente non può giovarsi, in cause scindibili, dell’attività spiegata da altri litiganti per un periodo diverso e precedente a quello corrispondente alla propria attività giudiziale (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 96 del 16 gennaio 1951, Rv. 882594).

Tali considerazioni sarebbero rimaste ferme pure nella diversa ipotesi (peraltro di più frequente verificazione) in cui l’azione della curatela, anziché essere sospesa ex art. 295 c.p.c., fosse stata dichiarata interrotta per perdita della capacità processuale del curatore. In entrambi i casi, alla mancata riassunzione nei termini (previsti rispettivamente dagli artt. 297 e 305 c.p.c.) consegue l’estinzione del processo, con la conseguenza che l’effetto interruttivo della prescrizione sarebbe stato solo quello istantaneo determinato dalla notificazione dell’atto introduttivo del giudizio (art. 2945 c.c., comma 3). Tale effetto, stante la scindibilità delle domande, si sarebbe verificato autonomamente per ciascun creditore.

Si può, quindi, concludere che in nessuna circostanza il creditore che non abbia tempestivamente riassunto una causa sospesa ovvero interrotta, possa giovarsi dell’effetto interruttivo permanente della prescrizione.

Cass., Sez. III Civ., 5 maggio 2017, n. 10903

Michela Crestani – m.crestani@lascalaw.com

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