La prededuzione tra l’esecuzione del concordato omologato e la sua successiva risoluzione

Qualora nel corso dell’esecuzione del concordato, ed allo scopo di darvi adempimento, il debitore si trovi nella necessità di contrarre nuove obbligazioni, queste, se aventi origine da negozi diretti al raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano, devono ritenersi sorte “in funzione” della procedura. Pertanto, qualora alla risoluzione del concordato omologato faccia seguito la dichiarazione di fallimento, ci si trova in presenza di un’ipotesi di consecuzione fra procedure, in cui può trovare applicazione l’art. 111 l.f..

Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato da una società contro il decreto del Tribunale di Milano che aveva respinto l’opposizione allo stato passivo da essa presentata per ottenere la collocazione in prededuzione del credito insinuato in un Fallimento.

Nel caso in esame la società ricorrente aveva rifornito di energia elettrica la società fallita nel periodo in cui questa versava in concordato preventivo omologato, poi risolto. Nel successivo Fallimento, la società ha domandato di ammettere il proprio credito in prededuzione, considerandolo quale credito sorto in occasione o in funzione del concordato ai sensi dell’art. 111 l.f..

Il Tribunale, accertato che il contratto di somministrazione era stato stipulato a distanza di circa due anni dalla data dell’omologa, ha escluso che il credito da esso nascente potesse ritenersi sorto in funzione o in occasione della procedura minore, rilevando che il concordato si chiude con il decreto di omologazione e che l’attività svolta dal debitore dopo l’omologa sia una normale attività d’impresa.

La ricorrente, tra i motivi di ricorso, esponeva in particolare che i crediti per le forniture di energia elettrica da essa erogate nel periodo intercorso fra l’omologa e la risoluzione del concordato erano annoverabili fra quelli sorti in occasione ed in funzione della procedura minore, la quale non può ritenersi chiusa, quantomeno ai fini dell’applicazione del disposto dell’art. 111 l.f., considerato che il Commissario Giudiziale era ancora in carica per sorvegliarne l’adempimento e che nel decreto di omologazione era stata espressamente autorizzata la continuazione dell’attività aziendale.

In primo luogo la Corte ha affermato, contrariamente al pensiero del Giudice di merito, che la chiusura del concordato, pur determinando la cessazione del regime di amministrazione dei beni previsto durante il corso della procedura dall’art. 167 l.f., non comporta (salvo che alla data dell’omologazione il concordato sia stato già interamente eseguito) l’acquisizione in capo al debitore della piena disponibilità del proprio patrimonio, che resta vincolato all’attuazione degli obblighi da lui assunti con la proposta omologata, dei quali il Commissario Giudiziale, come espressamente stabilito dall’art. 185 l.f., è tenuto a sorvegliare l’adempimento.

Dunque, la fase di esecuzione, nella quale si estrinseca l’adempimento del concordato, non può ritenersi del tutto scissa rispetto alla fase procedimentale che l’ha preceduta.

Successivamente, i Giudici di legittimità hanno chiarito che a seconda delle previsioni del piano e della proposta, l’adempimento del concordato richiede il compimento di attività più o meno complesse.

È, pertanto possibile che nel corso dell’esecuzione del concordato, e proprio allo scopo di darvi adempimento, il debitore si trovi nella necessità di contrarre nuove obbligazioni, che, in quanto aventi origine da negozi diretti al raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano, devono senz’altro ritenersi sorte “in funzione” della procedura (cfr. Cass., ord., 9 settembre 2016, n. 17911).

Di conseguenza, ha affermato la Corte, non vi è dubbio, che qualora alla risoluzione del concordato omologato, dovuta all’inadempimento di non scarsa importanza del debitore, faccia seguito, senza soluzione di continuità, la dichiarazione di fallimento, ci si trovi in presenza di un’ipotesi di consecuzione fra procedure, in cui può trovare applicazione l’art. 111 l.f..

In particolare, la Corte ha rilevato che nella fattispecie in esame risultava evidente che, in difetto dell’erogazione di energia elettrica da parte della ricorrente, lo stabilimento non avrebbe potuto funzionare. Di talché è irrilevante l’ulteriore circostanza, allegata dalla controricorrente, che il provvedimento di cui all’art. 180 l.f., non prevedesse espressamente, fra le modalità di esecuzione del concordato, il rinnovo o la stipula di un nuovo contratto di somministrazione alla scadenza di quello in corso alla data dell’omologazione.

La Corte, dunque, ha cassato il decreto impugnato e rinviato la causa al Tribunale di Milano per l’esatta determinazione del credito da ammettere in prededuzione, enunciando il seguente principio di diritto: “I crediti nascenti da nuovi contratti che, pur se non espressamente contemplati nel piano concordatario, siano stipulati dal debitore, in corso di esecuzione del concordato preventivo omologato, ai fini del raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano medesimo e dell’adempimento della proposta, devono ritenersi sorti in funzione della procedura e vanno ammessi in prededuzione allo stato passivo del fallimento consecutivo, dichiarato per effetto della risoluzione del concordato”.

Cass., Sez. I CIv., 10 gennaio 2018, n. 380

Luca Scaccaglia – l.scaccaglia@lascalaw.com

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