La morte del difensore interrompe il processo: nulla la sentenza

Con l’ordinanza n. 21002, la Suprema Corte di Cassazione accoglie il ricorso della parte soccombente in secondo grado e afferma che la morte del difensore comporta l’automatica interruzione del processo, con conseguente nullità degli atti successivi.

Il ricorso per Cassazione è stato proposto ai sensi dell’art. 360, comma 1 n.4, c.p.c., lamentando la nullità degli atti processuali ed, in particolare, della sentenza della Corte d’Appello di Genova del 20 novembre 2015 perché emessa e pubblicata successivamente al decesso dell’unico difensore della parte istante. In realtà tale circostanza avrebbe dovuto determinare l’automatica interruzione del processo, ai sensi dell’art. 301 c.p.c. Il ricorrente adduce, inoltre, che la morte sia intervenuta nelle more dei termini previsti dall’art. 190 c.p.c. e concessi per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

Nell’ordinanza si legge che in caso di morte dell’unico difensore, a mezzo del quale la parte è costituita in giudizio, l’automatica interruzione del processo si determina anche se il giudice e le altre parti non ne abbiano avuto conoscenza. Il decesso preclude ogni ulteriore attività processuale, con la conseguente nullità di tutti gli atti successivi e della sentenza di appello eventualmente pronunciata. Viene considerata irrituale la prosecuzione del processo che può essere dedotta e provata in sede legittimità (v. Cass., 14/12/2010, n. 25234; Cass., 28/05/2007, n. 12398).

Appare, per di più, lampante la lesione del diritto di difesa in quanto la morte del difensore non ha permesso alla parte soccombente di depositare la memoria di replica. Ciò si pone in contrasto con il consolidato principio giurisprudenziale per cui è nulla la sentenza emessa dal giudice prima della scadenza dei termini ex art. 190 c.p.c., risultando impedito l’esercizio, nella sua completezza, del diritto di difesa (v. Cass., 2/12/2016, n. 24636; Cass., 8/10/2015, n. 20180). Per la Suprema Corte, in tal caso, non è necessario verificare, in concreto, la sussistenza del pregiudizio che da tale inosservanza deriva alla parte in quanto la violazione di termini perentori, quali quelli previsti dall’art. 190 c.p.c., integra, già di per sé, una condotta lesiva del diritto di difesa.

La Cassazione, pertanto, ha giudicato fondato il motivo del ricorso e cassato l’impugnata sentenza, rinviando alla Corte d’Appello di Genova affinché proceda in diversa composizione a nuovo esame.

Cass., Sez. VI Civile-3, 8 settembre 2017, ordinanza n. 21002

Federico Di Lorenzo – f.dilorenzo@lascalaw.com

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