La libertà del web è in pericolo, anzi no!

Anche il vice primo ministro Di Maio si è recentemente unito al coro unanime secondo cui la Proposta di direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale (COM(2016)593 del 14 ottobre 2016) è un bavaglio al web, così ricalcando le parole e le medesime perplessità già espresse addirittura dall’inventore del World Wide Web, Sir. Timothy John Berners-Lee.

L’iter procedurale della Proposta sarà a breve in discussione nell’assemblea plenaria del Parlamento Europeo e, forse, questo è il momento giusto in cui, al di là della battaglia politica e mediatica, si rifletta, documenti e precedenti alla mano, sul suo contenuto.

Il primo autorevole soggetto indipendente che si è cimentato in tale compito è il Max Planck Institute for Innovation and Competition che, schierandosi ahimè dalla parte dei “contrari”, in un articolato approfondimento del Prof. Reto M. Hilty e della Senior Research Fellow Valentina Moscon, analizza i punti di frizione della Proposta con i principi espressi dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (la c.d. Carta di Nizza; qui la versione proclamata a Strasburgo nel 2007) e le difficoltà di coordinamento con il quadro normativo e giurisprudenziale europeo, e segnatamene con la Direttiva InfoSoc (Direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione) e della direttiva sul commercio elettronico (Direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio dell’8 giugno 2000, Relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno).

Prima di vedere le critiche dell’Istituto, rammentiamo che la disposizione maggiormente incriminata è l’art. 13 della Proposta: «I prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno pubblico accesso a grandi quantità di opere o altro materiale caricati dagli utenti adottano, in collaborazione con i titolari dei diritti, misure miranti a garantire il funzionamento degli accordi con essi conclusi per l’uso delle loro opere o altro materiale ovvero volte ad impedire che talune opere o altro materiale identificati dai titolari dei diritti mediante la collaborazione con gli stessi prestatori siano messi a disposizione sui loro servizi. Tali misure, quali l’uso di tecnologie efficaci per il riconoscimento dei contenuti, sono adeguate e proporzionate. I prestatori di servizi forniscono ai titolari dei diritti informazioni adeguate sul funzionamento e l’attivazione delle misure e, se del caso, riferiscono adeguatamente sul riconoscimento e l’utilizzo delle opere e altro materiale»

Come si legge, tale norma prevede che talune tecnologie di riconoscimento dei contenuti possano essere utilmente impiegate per prevenire ipotesi di plagio o di utilizzo non autorizzato di opere altrui. Tali tecnologie sono già ampiamente utilizzate per il detecting di opere al fine di rendicontazione analitica nell’ambito della concessione di licenze collettive (in proposito si veda la Direttiva 2014/26/UE, c.d. Barnier, e il D.Lgs. 35/2017 di recepimento in Italia). Nella proposta sono invece utilizzate con scopo preventivo e repressivo di reati e illeciti civili con il rischio che tale repressione coinvolga diritti fondamentali come la libertà di espressione, critica e parodia.

È proprio questo il punto delicato che solleva tanto clamore e che fa storcere il naso al Max Plank Institute. Secondo i critici, sotto la spinta lobbistica delle major discografiche si è introdotta con l’art. 13 una misura di protezione dei diritti d’autore (per lo più di produttori discografici) che tuttavia finisce per mettere a repentaglio le conquiste democratiche e liberali di cui in occidente siamo così fieri.

Invero, la proposta non dice affatto che i grandi operatori del file sharing, come Youtube e Facebook, possano rimuovere in automatico e discrezionalmente le opere pubblicate sugli omonimi siti, tanto più se vogliono godere della protezione di host provider di cui alla Direttiva 2000/31/CE (e dell’art. 14 del D.Lgs. 70/2003), ovvero di fornitori di servizi inconsapevoli (e incolpevoli) degli illeciti commessi a mezzo delle loro piattaforme. La proposta è quindi abbastanza neutra in tema di rimozione dei contenuti rinviando ad accordi con i titolari dei diritti per definire le modalità, e i costi di servizio, per impedire la messa disposizione del pubblico di opere protette.

Per tale aspetto, peraltro, vale già quanto discusso e deliberato (in Italia, ma non diversamente nel resto d’Europa) in ordine alla procedura di notice and take down di cui all’allegato A della Delibera AGCOM n. 680/13/CONS del 12 dicembre 2013, adottata proprio in recepimento della Direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico.

Secondo tale Direttiva, uno Stato membro può disporre che una propria autorità amministrativa possa esigere che un prestatore della società dell’informazione «ponga fine ad una violazione o la impedisca [attraverso] procedure per la rimozione delle informazioni o la disabilitazione dell’accesso alle medesime».

Nulla di nuovo sotto il sole quindi poiché esistono già procedure governate in via amministrativa e non giudiziaria per la rimozione di opere dell’ingegno dal web. E anche in occasione della Delibera AGCOM (che prevede comunque una procedura da più parti criticata e che andrebbe superata perché lenta e quindi non efficacie), molte voci hanno paventato la fine della libertà di stampa e di parola, né più né meno di quanto sta accadendo anche ora con la Proposta.

Del resto, il contrasto tra diritti di rango costituzionale è pane quotidiano ogni volta che si parla di libertà di stampa. Si pensi, tanto per portare un altro esempio tanto discusso di recente, al contrasto tra diritto di cronaca e trattamento di dati personali, risolto dopo anni di incertezza applicativa con il riconoscimento positivo del diritto all’oblio (art. 17 del Regolamento (UE) 2016/679), per cui l’esercizio del diritto di cronaca non può giustificare il trattamento di dati la cui conoscenza da parte del pubblico non risponda più a criteri di attualità e rilevanza giornalistica.

Non solo quindi il diritto d’autore minaccia la libertà di parola, ma anche il diritto alla protezione dei dati personali. In entrambi i casi, tuttavia, è compito dell’interprete o del legislatore trovare un punto di equilibrio in cui l’un diritto prevale sull’altro. Né più né meno di quanto si intende fare con la Proposta in commento, dove l’intervento dei prestatori di servizi «che danno pubblico accesso a grandi quantità di opere o altro materiale caricati dagli utenti» è auspicato affinché adottino misure «volte ad impedire che talune opere o altro materiale identificati dai titolari dei diritti […] siano messi a disposizione sui loro servizi» e ciò proprio per proteggere un diritto fondamentale di pari rango di quello che si pretende minacciato (la libertà di espressione e di informazione – art. 11 della Carta di Nizza), ovvero quello della proprietà intellettuale (art. 17 della Carta di Nizza).

Tutto quanto precede, non vuol dire che la Proposta non possa essere migliorata (ad esempio chiedendo uno sforzo di maggior chiarezza su certe formulazioni), ma ciò detto bisogna fare attenzione a non buttare il bambino con l’acqua sporca.

Scopo dichiarato del documento infatti è quello di proteggere i soggetti deboli dell’industria culturale nel contesto della società dell’informazione, ovvero autori e AIE (considerando 40 della Proposta) che non hanno potere contrattuale, né possibilità di difendersi per tempo dagli abusi altrui; considerato peraltro che anche su tali abusi i giganti del web prosperano e fanno guadagni considerevoli (quante visualizzazioni fa una pubblicazione illecita di opera protetta su Youtube?).

La Proposta vuole quindi tutelare la creatività dando maggiore consapevolezza ai titolari dei diritti (autori e AIE) sulla sorte delle loro opere. Gli articoli 13 e 14, in particolare, introducono misure di trasparenza e di riequilibrio dei contratti in modo che le piattaforme di file sharing (ma non solo) debbano dare agli autori, artisti, interpreti ed esecutori conto di cosa accade in rete attraverso un monitoraggio costante dei contenuti e, non da ultimo, garantendo loro un’equa remunerazione proporzionata ai profitti conseguiti.

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

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