La genericità scampo non dà

Deve essere respinta la domanda di ripetizione avanzata in giudizio da un correntista nei confronti di un istituto di credito, allorché l’attore si limiti a svolgere doglianze generiche ed indeterminate, astenendosi dal produrre il contratto di conto corrente, dal quale poter desumere le condizioni attive e passive. Infatti, è onere del correntista- attore provare l’esistenza e l’entità degli addebiti ritenuti illegittimi.

Così si è recentemente pronunciata la Corte d’Appello di Bologna, con sentenza n. 1144 del 30 aprile 2018, confermando la decisione del giudice di prime cure, che aveva osservato come il cliente avesse semplicemente svolto considerazioni astratte, prive di ogni riferimento fattuale al rapporto concretamente intercorso tra le parti.

In via preliminare, i giudici di secondo grado hanno mostrato di aderire all’orientamento della Suprema Corte, secondo il quale la domanda di restituzione di somme può essere proposta solo dopo l’estinzione del rapporto bancario e solo a condizione che venga data prova degli indebiti. Tale prova, tuttavia, risulta essere del tutto mancata nel caso in esame.

In particolare, il cliente – pur avendo lamentato l’applicazione di interessi ultralegali ed anatocistici, nonché di c.m.s. indebiti – aveva prodotto, a supporto delle domande, esclusivamente dei conteggi, non sottoscritti da nessuno e consistenti in una mera riproduzione di stringhe numeriche, prive di supporto esplicativo.

Fermi restando tali principi, entrando nel merito della controversia, con riguardo all’anatocismo la Corte ha evidenziato come la banca avesse dato dimostrazione, per il periodo successivo al 30.06.2000, di essersi adeguata alla nota delibera CICR del 9.02.2000, mediante la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Quanto al periodo anteriore, invece, i giudici hanno ritenuto tempestivamente sollevata l’eccezione di prescrizione contenuta in comparsa di costituzione e l’hanno accolta, stante la mancata indicazione, da parte del correntista, delle somme pagate a titolo di interessi anatocistici.

Secondo la Corte, infatti, “non avendo l’attore specificato se e quali somme siano state da lui pagate nel corso del rapporto successivamente all’8 giugno 2001 a titolo di anatocismo (secondo quanto statuito da Cass. 28819/2017, che richiama Cass. SU 24418/2010), l’eccezione sollevata dalla convenuta deve ritenersi fondata”.

Analoga conclusione è stata raggiunta con riferimento all’applicazione di interessi ultralegali e delle c.m.s.

Da ultimo, i giudici di secondo grado hanno confermato il rigetto delle istanze istruttorie, già deciso da Tribunale di Bologna, osservando che: “nel caso in cui sia il cliente ad agire, è a quest’ultimo che incombe l’onere di dimostrare l’esistenza e l’entità degli addebiti illegittimamente effettuati dalla banca, producendo la documentazione bancaria acquisibile nelle forme dell’art. 119, quarto comma, del Tub”.

In altre parole il cliente non può sopperire alle proprie lacune probatorie avanzando richiesta di esibizione documentale, soprattutto in considerazione del fatto che avrebbe potuto chiedere alla banca i documenti, prima di incardinare la causa.

Corte d’Appello di Bologna, 30 aprile 2018, n. 1144

Giulia Martucci – g.martucci@lascalaw.com

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