La distribuzione di utili non conseguiti può determinare la bancarotta patrimoniale impropria

La distribuzione di somme di denaro a titolo di acconti su utili non effettivamente conseguiti, dando luogo ad una manomissione del capitale posto a garanzia dei creditori sociale, è condotta suscettibile di integrare il delitto di bancarotta patrimoniale impropria anche quando avvenga per importi contenuti in un ampio periodo di tempo.

La Corte d’Appello territoriale confermava integralmente la condanna inflitta dal Giudice dell’udienza preliminare presso il locale Tribunale all’imputato ritenuto colpevole del delitto di bancarotta fraudolenta impropria, per avere, quale socio accomandatario ed amministratore della società dichiarata fallita, concorso a cagionare il dissesto della medesima commettendo i fatti di cui all’art. 2627 c.c., ripartendo, nell’arco di quattro anni, acconti su utili non effettivamente conseguiti per la somma complessiva di circa 250.000,00 euro.

L’imputato censurava la motivazione del giudice d’appello sostenendo come, con riferimento alla ‘diluizione’ della ripartizione degli acconti sugli utili non conseguiti in un arco di tempo più esteso come quello di quattro anni, detta condotta non fosse idonea a determinare il dissesto a cagione dell’esiguità dell’ammontare delle somme distribuite per ciascun anno e, pertanto, non suscettibili di integrare il delitto di bancarotta impropria da reato societario né dal punto di vista oggettivo né dal punto di vista oggettivo, poiché la ripartizione di acconti sugli utili aveva costituito soltanto una modalità per dare evidenza contabile al pagamento degli stipendi in favore del titolare dell’impresa e dei familiari dipendenti, avendo, oltretutto, i giudici di merito dato atto che il fallimento era stato determinato dai costi eccessivi a fronte di incassi sempre più ridotti.

Ritiene il Supremo Collegio che il ricorso non sia fondato e debba, conseguentemente, rigettato. La doglianza articolata sul punto non tiene conto, infatti, del pacifico approdo cui è pervenuta la giurisprudenza nomofilattica secondo il quale “il reato di bancarotta impropria da reato societario sussiste anche quando la condotta illecita abbia concorso a determinare solo un aggravamento dell’evento costituito dal dissesto già in atto della società (Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014 – dep. 15/04/2015, Geronzi e altri, Rv. 263803), atteso che a tale risultato interpretativo conduce sia l’art. 41 cod. pen., che disciplina il legame eziologico tra il comportamento illecito e l’evento, sia la circostanza per cui il fenomeno del dissesto non si esprime istantaneamente, ma con progressione e durata nel tempo (tanto da essere suscettibile di misurazione), con la conseguenza di assegnare rilievo ad ogni condotta che abbia influenza determinante sul dissesto (Sez. 5, n. 16259 del 04/03/2010, Chini, Rv. 247254).”.

In virtù del richiamo all’art. 2627 c.c. (“Illegale ripartizione degli utili e delle riserve”), operato dall’art. 223, comma 2, n. 1 L.F. la distribuzione di somme di denaro a titolo di acconti su utili non effettivamente conseguiti, dando luogo ad una manomissione del capitale posto a garanzia dei creditori sociale, è condotta suscettibile di integrare il delitto di bancarotta patrimoniale impropria. E’ di tutta evidenza, dunque, che, nel caso censito, l’imputato, pur essendo consapevole, essendo l’amministratore della società, che la gestione della stessa era in perdita già dal 2006, con il distribuire utili non effettivamente conseguiti e con l’intaccare, di conseguenza, il capitale sociale e le riserve obbligatorie, non solo ha arrecato un pregiudizio potenziale ai creditori, diminuendo le risorse economiche destinate alla loro soddisfazione, ma ha contribuito a porre le basi per paralizzare l’attività dell’impresa così conducendola al fallimento.

Cass., Sez. V Penale, 13 Giugno 2017, n. 34162

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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