La Corte d’Appello non può fare il Ponzio Pilato, deve decidere nel merito

Qualora si verifichi nel processo di primo grado un evento interruttivo cui faccia seguito un invalido atto di riassunzione, il giudice di Appello, a cui tale invalidità venga prospettata, deve comunque decidere la causa nel merito.

È quanto stabilito dall’ordinanza dell’8.03.2018 della Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi circa una questione piuttosto frequente, data la durata talvolta biblica del processo civile in Italia.

La questione deriva a seguito di un’interruzione del procedimento, prodotta dalla morte di una delle parti in causa, riassunto dalla controparte, cui però l’erede costituito eccepiva una carenza nell’atto di riassunzione (lo stesso sarebbe stato carente dei requisiti previsti dall’art. 303 cpc).

Lo stesso erede, in sede di appello, proponeva, tra le altre, la medesima doglianza: la Corte d’Appello accoglieva tale gravame, pronunciando la nullità della sentenza di primo grado e quindi l’estinzione del giudizio.

Esulando al momento dal contenuto dell’atto di riassunzione, il quale deve contenere non solo gli estremi della domanda ma altresì gli elementi per una valida ricostruzione del contraddittorio, il punto focale della trattazione della quale è investita la Corte di Cassazione verte inevitabilmente sul tipo di decisione che la Corte d’Appello deve assumere.

Infatti, quest’ultima è sempre obbligata a decidere la causa nel merito e questo tipo di obbligo deriva direttamente dalla natura stessa dell’Appello, il quale altro non è che una impugnazione sostitutiva, al punto che, “ove con l’appello non fosse avanzata alcuna censura di merito contro la sentenza di primo grado, per essere il gravame limitato al solo rilievo dei vizi dell’atto di riassunzione, sarebbe corretta la decisione del giudice di secondo grado dichiarativa dell’inammissibilità dell’impugnazione”.

Cass., Sez. I Civ., 8 marzo 2018, ordinanza n. 5579

Matteo Mauro – m.mauro@lascalaw.com

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