La clausola di ribaltamento delle perdite di esercizio sui soci

Nelle società consortili, anche qualora esse adottino la forma di società di capitali, è necessario il consenso di tutti i consorziati per l’introduzione durante societate di una clausola che preveda l’obbligo per questi ultimi di coprire le perdite di esercizio mediante nuovi conferimenti in proporzione delle partecipazioni possedute, salvo che l’atto costitutivo disponga diversamente.

Nella propria motivazione la Corte di Cassazione ha innanzi tutto ribadito la correttezza delle argomentazioni della Corte di Appello di Palermo, laddove questa ha ritenuto che le norme degli artt. 2603 e 2607 c.c. debbano essere annoverate tra i principi fondamentali dell’istituto, pertanto non derogabili, neppure nel caso in cui il consorzio assuma la veste di una società per azioni (vedasi Cass. 4 novembre 1982, n. 5787).

La Suprema Corte ha quindi sottolineato come il proprio tradizionale orientamento sul tema sia volto all’assunzione di una prospettiva che tenda a conciliare la causa mutualistica (che si assume propria del consorzio e delle società consortili in genere) con la struttura disciplinare del tipo societario nel concreto adottato dall’autonomia dei consorziati.

Tale punto di equilibrio può essere trovato ammettendo l’eventualità che “l’inserimento di una causa consortile possa comportare una deroga implicita ad alcune disposizioni altrimenti applicabili a quel particolare tipo di società, quando l’applicazione di quelle disposizioni si rivelasse incompatibile con aspetti essenziali del fenomeno consortile». Ciò unicamente nel rispetto del limite invalicabile costituito dal mantenimento e conservazione dei connotati fondamentali del tipo societario prescelto, che non potrebbero mai venire «stravolti sino al punto da renderlo non riconoscibile rispetto al corrispondente modello legale” (vedasi da ultimo Cass. 23 marzo 2017).

Con riferimento alla fattispecie concretamente in esame, riguardante appunto il tema dell’introduzione durante societate di una clausola che pone a carico dei consorziati (in proporzione alle quote rispettivamente possedute) l’obbligo di nuovi conferimenti per il caso si verifichino delle perdite di esercizio, non constano specifici precedenti della Suprema Corte. Nel caso di specie, tuttavia, non sembra comunque delinearsi una possibile divergenza tra le regole consortili e le regole dei diversi tipi societari.

La normativa codicistica sui consorzi in generale è univoca nell’indicare che tutte le modifiche del contratto costitutivo debbano riportare il consenso di ciascun consorziato, secondo quanto indica, in particolare, la norma del comma 2 dell’art. 2607 c.c..  Il fatto che tale disposizione consenta all’autonomia statutaria di stabilire una diversa e maggioritaria regola, da introdurre comunque all’unanimità, segnala la misura della differenza che intercorre tra le due ipotesi anche in punto di affidamento dei singoli partecipanti.

In questo contesto deve essere altresì menzionata la disposizione del comma 2 dell’art. 2615 ter c.c. (in caso di società consortile, “l’atto costitutivo può stabilire l’obbligo dei soci di versare contributi in danaro”), dovendosi in questo caso identificare l’espressione «atto costitutivo» nel necessario consenso di ciascun socio consorziato.

D’altra parte, è principio generale delle c.d. società di capitali, che i soci non possono venire obbligati a eseguire nuovi e ulteriori conferimenti. Da questa prospettiva, la disposizione dell’art. 2345, comma 2 c.c. (“se non è diversamente disposto dall’atto costitutivo, gli obblighi previsti da questo articolo non possono essere modificati senza il consenso di tutti i soci”) rappresenta, per la verità, solo un caso di applicazione di questo principio (anche qui l’apposizione nell’atto costitutivo di una diversa e maggioritaria regola, dando vita a una figura di società fortemente differenziata rispetto a quella di base assunta dal codice).

Cass., Sez. I Civ., 02 Febbraio 2018, n. 2623

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

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