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La Cina spinge sul libero scambio

Il frenetico attivismo cinese sta trasformando la regione dell’Asia-Pacifico in una «zuppa di spaghetti» nella quale galleggia di tutto: trattati bilaterali, trilaterali, negoziati multilaterali incrociati. Le sovrapposizioni si sprecano, ma i blocchi sono piuttosto definiti. È la Cina a voler giocare a tutto campo acchiappando la leadership nei negoziati. «Non vogliamo isolare nessuno», è la risposta di Zhang Yansheng, segretario generale del Comitato accademico della National development and reform commission Ndrc e architetto delle riforme del Terzo plenum.
«La Cina deve avere un’attitudine aperta verso ogni tipo di accordo di libero scambio, sia multilaterale che bilaterale», dice a Sole 24 Ore Zhang Yansheg, in una pausa dei lavori dedicati al tema “The party and the world dialogue” organizzato dal think thank China center for contemporary world studies.
L’ambizione suprema di Pechino, destinata ad essere il piatto forte della prossima riunione dei Paesi dell’Apec che si terrà a novembre nella capitale del Nord, è l’avvio del negoziato per un mega free trade agreement che comprenda tutta la regione dell’Asia-Pacifico. Nel frattempo la pragmatica Cina alimenta una serie infinita di free trade agreement che, per diventare intellegibile agli stessi addetti ai lavori, richiede l’aiuto di un esperto di insiemistica.
Un accordo onnicomprensivo, sempre nei sogni di Pechino, dovebbe avvalersi delle competenze sviluppate nei negoziati regionali già aperti: la madre di tutti i free trade agreement dovrebbe essere attivato con la benedizione dei leader della riunione clou dell’Apec, grazie anche alle prove generali fatte a marzo a Qindao dai ministri del commercio estero della stessa Apec.
Di fatto gli Fta sono spuntati come funghi negli ultimi anni, circa 200 quelli monitorati dal Wto, nell’Asia-Pacific due blocchi antagonisti si scontrano, da una parte la Cina dall’altro gli Usa, con alcuni Paesi nel mezzo posizionati su entrambi i fronti. A guidare la cordata del Recep (Regional economic comprehensive economic partnership) c’è la Cina più le 10 nazioni Asean più Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda. Sull’altro versante il Tpp, Trans pacific partnership, vale a dire Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Usa, Canada, Cile, Peru, Messico, Vietnam, Thailandia, Singapore, Brunei (questi ultimi quattro fanno parte dell’Asean che ha aderito anche al Recep).
L’Asia-Pacific Fta è già stato ventilato nel 2006, poi quattro anni dopo i leader dell’Apec hanno disegnato le due rotte parallele Recep e Tpp promettendo che l’Apec sarebbe stato l’incubatore di questi trattati. Due anni almeno si profilano per portare a compimento il Tpp e per la Cina il Recep, la Cina ha voglia di chiudere, in fretta, con Seoul e Tokyo.
Ma come mai la Cina non ha aderito al Tpp che pure comprende partner molto collaudati della stessa Cina? Zhang non fa una piega: «Se il negoziato Tpp intenderà aprirsi anche ai Paesi in vai di sviluppo – dice – allora la Cina non avrà problemi di sorta, per il momento ci sono altri obiettivi intermedi, i free trade agreement in questo momento stanno servendo alla Cina per amplificare gli effetti delle riforme interne, specie nell’area dell’Asia-Pacifico».
Oltre una dozzina quelli siglati direttamente con Paesi o gruppi di Paesi, una trentina le economie coinvolte e non soltanto in Asia.
Il nemico vero è il tempo. Nei giorni scorsi a Pechino si è svolto il quinto round per chiudere entro il 2015 il free trade agreement trilaterale tra Cina, Corea e Giappone: un potenziale mercato comune da 1,5 miliardi persone con un Pil da 15 trilioni di dollari.
La Corea è il primo esportatore in Cina, il Giappone ha ridotto gli investimenti in Cina nei primi scorci del 2014, ma è legata alla Cina più di quanto non voglia o possa ammettere. Al pari della Cina il Giappone è fuori dal Tpp.
Il Tpp totalizza almeno il 40% del Pil mondiale e a parte la posizione a bordo campo della Cina ci sono differenze tra le parti che restano irrisolte. È immaginabile un Tpp senza la Cina? E che effetti avrà il Tpp per le aziende che operano in Cina? Come si raccorderà con altri accordi di libero scambio fatti dalla Cina o senza la Cina visto che Giappone e Corea sono oggetto anche di negoziati bilaterali? E dopo l’accordo globale Wto di Bali che ulteriori implicazioni ci saranno?
Stesse valutazioni valgono per il Recep che, a sua volta, presenta simili difficoltà nonostante l’ombra cinese che si staglia sul negoziato. La “tazza degli spaghetti” potrebbe rivelarsi davvero indigesta. Anche più che indigesta per Taiwan caduta nel torpore dopo le proteste degli studenti contro l’adozione del Cross straits service agreement. L’accordo è l’upgrade dell’Economic cooperation framework agreement (Ecfa), un’intesa del valore di 197 miliardi di dollari firmata a Chongqing nel 2010, tocca non più le merci ma i servizi ad alto valore aggiunto.
Pechino ha sollecitato vivamente il presidente taiwanese Ma Ying-jeou ad approvare, finalmente, una svolta strategica che aprirebbe alle imprese taiwanesi 80 settori dei servizi di Mainland China e 64 analoghi settori di Taiwan al mercato cinese.
Ma Taiwan sta a guardare, non fa parte né della cordata Rcep né di quella Tpp, eppure i Paesi che aderiscono a quest’ultimo negoziato totalizzano il 34,4% del commercio di Taiwan, mentre quelli ricompresi nel Rcep addirittura arrivano al 57 per cento. La geografia, a volte, non aiuta.

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