La Cassazione sconfessa la quietanza di pagamento

Il problema dell’opponibilità al curatore fallimentare dell’atto di quietanza rilasciata dal fallito in bonis è stata a lungo oggetto di due contrapposte posizioni nella giurisprudenza di legittimità della Suprema Corte. In particolare, il dibattito giurisprudenziale prende le mosse dall’individuazione della posizione del curatore in seno al procedimento, ovvero se esso agisca in sostituzione del fallito o in una posizione di terzietà, quale rappresentante del fallito e, contemporaneamente, anche della massa dei creditori. Tale distinzione non è di poco conto considerando il particolare regime probatorio previsto dal legislatore per far dichiarare la simulazione di un atto, laddove per la parte sussiste il divieto espresso della prova testimoniale e per presunzioni potendo solamente avvalersi dell’eventuale “controdichiarazione scritta”, della confessione giudiziale o del giuramento decisorio.

In seno alla Suprema Corte vi sono due orientamenti contrastanti: il primo patrocinato dalla seconda sezione civile della Cassazione, afferma che la “curatela fallimentare che ha proseguito il giudizio per il pagamento del residuo credito per il prezzo di una vendita stipulata dal fallito in bonis non può considerarsi terzo, in quanto agisce in rappresentanza del fallito e non della massa dei creditori.”.

L’orientamento, però, ritenuto più condivisibile nonché quello maggiormente seguito afferma che il “curatore fallimentare […] cumula, con la rappresentanza del fallito R.D. n. 267 del 1942, ex art. 43, anche la legittimazione che la legge attribuisce ai creditori ai sensi dell’art. 1416 c.c., comma 2”. Pertanto in un giudizio promosso dal curatore del fallimento del creditore volto ad ottenere l’adempimento di un’obbligazione, il debitore non può opporre la quietanza rilasciata dal creditore (allora in bonis) all’atto del pagamento, con valore di confessione stragiudiziale del pagamento ai sensi dell’art. 2735 c.c., atteso che, tale confessione, è valida solo nel giudizio in cui siano parti proprio l’autore ed il destinatario di quella dichiarazione di scienza, mentre il curatore – pur ponendosi nella stessa posizione di quest’ultimo nell’esercizio di un diritto del fallito – è una parte processuale diversa dal fallito medesimo onde, nei suoi confronti, la suddetta quietanza potrà avere solo il valore di prova semplice, liberamente valutabile da parte del giudice.

A mettere presumibilmente la parola fine a questa diatriba sulla qualificazione della posizione del curatore è intervenuta la VI Sezione della Cassazione con l’ordinanza del 14 giugno scorso n. 15591/18 che ha risolto il problema, più che dal punto di vista sostanziale, da quello processuale così statuendo: “orbene, rileva la Corte che, secondo la propria giurisprudenza (cfr. Cass. n. 24690/2017), nei confronti del curatore del fallimento (che nel caso di specie resisteva alla domanda attorea ponendosi anche a tutela degli interessi del ceto creditorio, ed al fine appunto di recuperare il bene alla massa fallimentare) la quietanza rilasciata dal creditore (poi fallito) al debitore all’atto del pagamento non ha efficacia vincolante della confessione stragiudiziale ex art. 2735 c.c, ma unicamente il valore di documento probatorio dell’avvenuto pagamento, apprezzabile dal giudice al pari di qualsiasi altra prova desumibile dal processo, atteso che il curatore, anche laddove si ponga nell’esercizio del diritto del fallito, nella stessa posizione di quest’ultimo, è una parte processuale diversa dal fallito medesimo (conf. Cass. n. 21258/2014; Cass. n. 4288/2005)”.

Pertanto la quietanza, rilasciata dal creditore in bonis al debitore all’atto del pagamento e prodotta da quest’ultimo nel giudizio promosso dal curatore del creditore fallito per ottenere l’adempimento dell’obbligazione, non può vantare natura di confessione stragiudiziale ex art.2735 c.c., atteso che il curatore è una parte processuale diversa dal fallito medesimo. Contro il curatore, quindi, la quietanza può assumere soltanto il valore di un documento probatorio dell’avvenuto pagamento, apprezzabile dal giudice al pari di qualsiasi altra prova desumibile dal processo.

Cass., Sez. VI Civile – 2, 14 giugno 2018, ordinanza n. 15591

Michela Crestani – m.crestani@lascalaw.com

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