Bancarotta fraudolenta documentale: non può essere integrata dal falso in bilancio 

Perché possa ritenersi sussistente il delitto di bancarotta fraudolenta documentale è necessario che il disordine documentale sia tale da rendere impossibile o, quanto meno, ostacolare la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari da parte della curatela. In tal senso non è possibile attribuire rilevanza alla commissione di un falso in bilancio perché questo non rientra nella nozione di libri e scritture contabili prevista dall’art. 216 comma 1° Legge fallimentare.

La Corte d’Appello territoriale confermava la sentenza di primo grado che aveva condannato l’imputato il quale, avendo agito come amministratore unico della fallita, era stato riconosciuto colpevole per il delitto di bancarotta fraudolenta documentale, avendo tenuto i libri contabili e le altre scritture contabili in guisa tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.

In particolare all’imputato veniva addebitata la redazione del bilancio d’esercizio di un determinato anno, chiaramente risultato non veritiero in ordine all’effettivo stato della società, non riportando le voci relative ai debiti della società dichiarata decotta, emerse soltanto a seguito delle richieste di insinuazioni tardive nello stato passivo. Era stata, inoltre, rilevata l’assoluta discordanza fra le fatture di acquisto annotate sul registro Iva e le fatture emesse nei confronti della società: circostanza, anche questa, che ha contribuito a impedire la ricostruzione del movimento degli affari.

La Corte territoriale ha applicato i principi giurisprudenziali che, con riferimento al reato in esame, richiedono il solo dolo generico e non anche quello specifico.

L’imputato, ricorrendo alla Suprema Corte, deduceva, quale motivo di doglianza, la nullità della sentenza per vizio di motivazione in merito alla richiesta di riqualificazione del fatto addebitato come falso in bilancio: se a tale richiesta fosse stato dato seguito, le condotte in contestazione avrebbero dovuto essere inquadrate nell’ipotesi di cui all’art. 223, comma 2° della Legge fallimentare, ossia riferite ad un reato di evento il quale resta integrato soltanto con la dimostrazione del nesso eziologico di quest’ultimo con la condotta, nel senso che avrebbe dovuto dimostrarsi che il falso in bilancio aveva determinato la dichiarazione di fallimento o comunque il dissesto della società.

A diversa conclusione avrebbe dovuto giungersi nel caso di specie, nel quale il falso in bilancio non è stato la causa del dissesto ma era intervenuto a dissesto già conclamato.

Il supremo Collegio ha ritenuto fondata la doglianza e disposto l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello competente.

Secondo la giurisprudenza della Cassazione “il reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui all’art. 216 L.F. non può avere ad oggetto il bilancio, non rientrando quest’ultimo nella nozione di “libri” e “scritture contabili” prevista dalla norma di cui all’art. 216, comma 1°, n. 2. L.F., posto che l’art. 2214 c.c. -che è la norma che dà contenuto all’art. 216L.F.- menziona, al comma 1°, tra i libri obbligatori, quello giornale e quello degli inventari, mentre, al comma 2°, le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa, da tenere in modo ordinato assieme alle lettere, alle fatture e ai telegrammi sia spediti che ricevuti.

Non menziona invece il bilancio che non può certo essere fatto rientrare tra queste ultime, di natura eventuale e condizionata a differenza del bilancio.

Il bilancio serve a rappresentare la situazione patrimoniale e finanziaria della società oltre al risultato economico, sicché è da escludere che rientri nel novero rilevante per la L. Fall., art. 216.”.

Dovrà essere chiarito, in sede di rinvio, se la condotta consistita nell’adozione di un falso bilancio sia effettivamente o meno la sola della quale l’imputato debba essere chiamato a rispondere. Soltanto in caso di risposta negativa a tale quesito, la Corte, appunto in sede di rinvio, sarebbe legittimata a considerare la caotica tenuta delle fatture e l’assenza di qualsivoglia traccia documentale dei debiti verso l’erario e gli enti previdenziali nella prospettiva di affermare ulteriormente che la situazione contabile della società non ha messo il curatore nelle condizioni di ricostruire l’esatto volume ed ammontare dei debiti e delle poste attive, con la consapevolezza del ricorrente.

Cass., Sez. V Penale, 6 marzo 2017, n. 13072 (leggi la sentenza)

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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