La Banca è tenuta alla restituzione dei pagamenti in pendenza di fallimento

La banca, nei confronti degli organi della procedura, non può sottrarsi alla restituzione invocando l’uso fatto delle somme versate nel conto ed è tenuta a restituire quanto ricevuto dal fallimento a qualsiasi titolo, senza poter dedurre dall’obbligo di restituzione i prelievi ed i pagamenti eseguiti per conto del fallito.

La Corte di Cassazione, con sentenza del 8 febbraio 2018 n. 3086, partendo dal disposto di cui all’art. 44, II comma, della legge fallimentare, secondo il quale “sono egualmente inefficaci i pagamenti ricevuti dal fallito dopo la sentenza dichiarativa di fallimento”, ha chiarito il ruolo dell’Istituto di credito che provvede ad accreditare nel conto passivo le somme disposte dall’ordinante.

Nel caso di specie, l’Erario aveva versato sul conto corrente intestato alla società fallita una somma a titolo di rimborso di imposte. Successivamente, il socio della fallita aveva effettuato alcune operazioni di prelievo sul medesimo conto corrente. La Banca, presso la quale era stato accesso il conto era stata, quindi, condannata alla restituzione delle suddette somme in favore della curatela fallimentare.

Secondo i Giudicanti della Suprema Corte, l’inefficacia dei pagamenti, di cui all’art. 44 l.f. che colpisce gli atti posti in essere dal fallito od eseguiti in suo favore dopo la sentenza dichiarativa di fallimento, trova la sua ratio nella perdita – coeva al fallimento stesso – del diritto di disporre da parte del debitore, piuttosto che nel pregiudizio sofferto dai creditori, distinguendosi, pertanto, da quella accertabile con l’azione revocatoria che è diretta a far dichiarare una nullità che si verifica di pieno diritto nei confronti del fallimento e dei creditori).

La Corte di Cassazione ribadisce, quindi, l’orientamento di legittimità secondo il quale, in tema di contratti bancari, il bonifico inteso come incarico del terzo dato alla banca di accreditare al cliente correntista la somma oggetto della provvista, costituisce un ordine di pagamento che la banca delegata, se accetta, si impegna verso il delegante ad eseguire. Ne consegue che da tale accettazione non discende un’autonoma obbligazione della banca verso il correntista delegatario, trovando lo sviluppo ulteriore dell’operazione la sua causa nel contratto di conto corrente di corrispondenza, che implica un mandato generale ad eseguire e ricevere pagamenti per conto del  cliente con autorizzazione a far affluire nel conto le somme così acquisite in esecuzione del mandato.

La Corte ricorda, inoltre, che il conto corrente bancario quale contratto, lato sensu, di mandato si scioglie per effetto del fallimento del correntista ai sensi dell’art. 78 l.f., sicchè quanto su quel conto pervenuto a decorre da quella dichiarazione deve fluire nella massa attiva fallimentare.

Le operazioni concretamente eseguite, gli ordini del correntista, i correlativi atti esecutivi della banca posti in essere successivamente alla dichiarazione di fallimento, invece, restano colpiti dalla sanzione di inefficacia di cui all’art. 44 l.f.

Cass., Sez. I Civ., 08 febbraio 2018, n. 3086

Angelica Macchi – a.macchi@lascalaw.com

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