La Banca non firma? Il contratto è valido!

Come per i contratti quadro nell’ambito della intermediazione mobiliare, anche per i contratti bancari, compreso quello di conto corrente, perché sia rispettato l’onere della forma scritta, deve ritenersi sufficiente che il documento negoziale sia stato sottoscritto soltanto dal cliente, potendosi invece desumere il consenso della banca dal comportamento concludente normalmente manifestato attraverso l’apertura del conto e la sua concreta operatività.

Questa la conclusione a cui è giunta la Corte di Cassazione – con l’ordinanza n. 16362 del 21 giugno 2018 – chiamata a pronunciarsi sulla validità del contratto di conto corrente sottoscritto dal solo correntista e non anche dall’istituto di credito.

Nel caso specifico, la Banca ha proposto opposizione allo stato passivo del fallimento nel quale risultava rigettata la domanda di insinuazione per il saldo passivo di un conto corrente aperto dalla società poi fallita.

Il Tribunale di Venezia ha respinto l’opposizione proposta, sulla base dell’errato presupposto che il contratto, pur pacificamente stipulato in data certa anteriore alla sua dichiarazione di fallimento, fosse in realtà invalido perché sottoscritto dal solo correntista e non anche dall’istituto di credito che poi aveva dato concreta esecuzione al rapporto.

La banca ha proposto, pertanto, ricorso in Cassazione e, con l’unico motivo, ha dedotto violazione degli articoli 1326, 1350, 2697 e 2704 c.c., avendo il Tribunale erroneamente ritenuto che il contratto di conto corrente non fosse stato già stipulato, mediante lo scambio di proposta e accettazione, al momento della sottoscrizione della sola correntista – pacificamente anteriore alla dichiarazione del suo fallimento – del documento prodotto in giudizio.

La Suprema Corte, considerando applicabile anche ai contratti bancari in generale (e, quindi, anche ai contratti di conto corrente), il principio sancito dalle Sezioni Unite in tema di intermediazione finanziaria – con la nota sentenza n. 898 del 16 gennaio 2018 – ha ritenuto il motivo fondato.

Nello specifico, riprendendo i concetti già espressi dalle Sezioni Unite, la Corte ha pronunciato il seguente principio di diritto: “nei contratti bancari, il requisito della forma scritta, posto a pena di nullità dall’art. 117, comma 3, TUB va inteso non applicando la disciplina generale sulle nullità negoziali per difetto di forma, ma in senso funzionale, avuto riguardo alla finalità di protezione del correntista  assunta dalla norma , sicchè tale requisito deve ritenersi rispettato ove il contratto sia redatto per iscritto e ne sia consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente che vi sia la sottoscrizione di quest’ultimo, e non anche quella dell’istituto di credito, il cui consenso ben può desumersi alla stregua dei comportamenti concludenti dallo stesso tenuti”.

Sulla base di ciò, la Corte ha, dunque, cassato con rinvio il decreto impugnato affinchè il Tribunale di Venezia si adegui al principio sopra esposto.

Cass., Sez. I Civ., 21 giugno 2018 n. 16362

Maria Francesca Mazzeo – m.mazzeo@lascalaw.com

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