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Il jolly europeo sui conti? Valeva 30 miliardi

Non c’è più alternativa alla riduzione del debito pubblico e, senza poter più contare sulla flessibilità Ue, che ci ha scontato 30 miliardi di euro negli ultimi anni, occorre farlo con soldi veri, che saranno difficilissimi da trovare. Sui programmi elettorali dei partiti, a venti giorni dal voto, cala la doccia gelata dell’Ufficio parlamentare di bilancio.

Altro che flat tax, reddito minimo, sgravi alle famiglie, revisione della riforma Fornero, nuova spesa in deficit. Già quest’anno, dice l’autorità indipendente sui conti pubblici guidata da Giuseppe Pisauro, senza ovviamente soffermarsi sui singoli programmi, si rischia una manovra correttiva: il deficit 2018 va tagliato di 0,3 punti, ma la Ue non è convinta che ci si faccia. Per il 2019 e gli anni successivi, poi, la situazione è ancora più complicata.

La riduzione del rapporto tra il debito e il prodotto interno lordo, assicurata alla Ue dal governo uscente, è garantita solo dalle clausole di salvaguardia, cioè dall’aumento dell’Iva, fin qui solo rinviato. Per il 2019 servono 12,5 miliardi, e dal 2020 altri 19,2 miliardi l’anno. Trovare coperture alternative, dice l’Upb, si è fatto ormai «particolarmente arduo», dopo i tagli alla spesa degli ultimi anni.

Il riordino degli sgravi fiscali, cui pensano piò o meno tutti i partiti, fin qui si è rivelato impraticabile perché ha «importanti effetti redistributivi», ed è difficile immaginare altri risparmi sul fronte delle pensioni (che sono anzi a «rischio di sostenibilità» se dovesse essere rimessa in discussione la riforma). Né si potrà contare ancora sulla flessibilità europea. «Al momento non sembrano esistere margini per la concessione di ulteriore flessibilità nei prossimi anni» scrive l’Upb. E ci sono rischi di tenuta della spesa pubblica: per il pubblico impiego e la sanità, dice l’Upb, le risorse potrebbero non bastare.

Giocati tutti i “jolly” europei, dice l’Upb, l’unica strada praticabile passa per la riduzione concreta del debito pubblico. «Un suo aumento» concorda la Corte dei Conti nella relazione annuale, «non è più praticabile». «La ripresa si sta rafforzando, l’avanzo primario cresce, ma questo non deve indurci ad allentare la presa sui conti e la riduzione del debito» concorda il premier, Paolo Gentiloni.

Mario Sensini

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