Insindacabilita’ degli atti imprenditoriali e pertinenza all’oggetto sociale

Insindacabilità, nel merito, delle scelte imprenditoriali degli amministratori di società e pertinenza degli atti gestori all’oggetto sociale: questi sono i due principali argomenti attorno al quale ruota la sentenza n. 17761/2016 qui in commento e che esamineremo infra all’esito di un breve excursus rispetto ai fatti di causa e ai precedenti gradi di giudizio.

In contrasto con quanto era stato stabilito in primo grado dai giudici di Novara, la Corte d’Appello di Torino aveva ritenuto non sussistere alcuna responsabilità in capo ad alcuni sindaci, amministratori e al gestore di fatto di una capogruppo (successivamente messa in liquidazione e in amministrazione straordinaria), per avere questi violato i rispettivi doveri di vigilanza e controllo, di corretta e diligente amministrazione, e per abuso di direzione unitaria del gruppo.

Secondo la Corte d’Appello, infatti, l’operazione economica che in primo grado era stata considerata determinante al fine di stabilire la responsabilità di tali soggetti (in quanto aveva comportato il depauperamento della società) nonchè le decisioni impartite da colui che di fatto gestiva il gruppo, erano da ricondursi ad un più ampio progetto di riorganizzazione aziendale e, come tali, sottratte a qualsivoglia sindacato di merito.

Avverso tale pronuncia, quindi, la società –  in persona del commissario straordinario – ricorreva quindi per Cassazione, deducendo, tra l’altro, come il principio dell’insindacabilità nel merito delle decisioni prese dagli amministratori non impedisse comunque di apprezzare la scarsa diligenza nella loro assunzione, e come non fosse  inoltre stata correttamente valutata, la contrarietà, ovvero estraneità, delle operazione intraprese rispetto all’oggetto sociale.

Con riguardo al primo motivo di doglianza, la Suprema Corte ribadisce che “all’amministratore di una società non può essere imputato, a titolo di responsabilità, l’aver compiuto scelte inopportune dal punto di vista economico, atteso che una tale valutazione attiene alla discrezionalità imprenditoriale”. Il sindacato del giudice deve limitarsi esclusivamente alla valutazione del comportamento degli amministratori nel momento in cui hanno considerato i margini di rischio di una determinata operazione, accertando che essi abbiano assunto le dovute cautele, verifiche e informazioni, a nulla rilevando quindi l’alea di rischiosità della linea imprenditoriale adottata.

Relativamente al secondo motivo, invece, la Corte di Cassazione precisa che il criterio che deve essere adottato ai fini della valutazione della pertinenza di un atto degli amministratori di una società di capitali all’oggetto sociale, e della conseguente efficacia dello stesso ai sensi dell’art. 2384 c.c., è la strumentalità dell’atto rispetto alla specifica attività economica, caratterizzante la società e concordata dai soci nell’atto costitutivo “in vista del perseguimento dello scopo di lucro proprio dell’ente, il criterio da seguire è quello della strumentalità, diretta o indiretta, dell’atto rispetto all’oggetto sociale, inteso come la specifica attività economica (di produzione o scambio di beni o servizi) concordata dai soci nell’atto costitutivo “.

Ritenendo quindi pienamente legittima la ricostruzione operata dai giudici torinesi, secondo i quali, le iniziative imprenditoriali adottate si inquadravano all’interno di un progetto d’impresa del tutto conferenti con le attività della società, la Suprema Corte dichiara inammissibile anche il secondo motivo (unitamente al primo e al terzo, ed ultimo) e, per l’effetto dichiara inammissibile l’intero ricorso, condannando la ricorrente società, in persona del commissario straordinario, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.

Cass., Sez. I, 08 settembre 2016, n. 17761 (leggi la sentenza)

Giada Salvini – g.salvini@lascalaw.com

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