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Import soltanto di talenti e confini chiusi a metà La soft Brexit è ancora caos

Suona come una hard Brexit: “Stop a chi arriva in Gran Bretagna in cerca di lavoro”. Ma dal punto di vista di Theresa May è una soft Brexit: i lavoratori “qualificati” potranno ottenere un permesso di lavoro, non ci sarà necessità di visti per chi viene a lavorare qui per periodi brevi e per gli studenti. Del resto, se il Libro Bianco finalmente pubblicato dal governo britannico con i dettagli del piano per i rapporti futuri fra Regno Unito e Unione Europea non rappresentasse una Brexit “morbida”, perché mai lunedì i due ministri più brexitiani, Boris Johnson e David Davis, avrebbero dato le dimissioni? Il problema per la premier è che la sua svolta potrebbe risultare da un lato troppo “soft” per i conservatori anti-europei, che minacciano di bocciarla quando la settimana prossima sarà messa ai voti in parlamento, e dall’altro non abbastanza “soft” per la Ue, che potrebbe respingerla chiedendo maggiori concessioni.
La Brexit continua dunque a sembrare una “missione impossibile” che scontenta tutti.
A peggiorare la situazione per la leader dei Tory provvede Donald Trump: “Non so se questa è la Brexit per cui hanno votato i britannici”, afferma il presidente americano sulla via della Gran Bretagna, prima di una cena con May e 150 businessmen nell’ex residenza di Churchill vicino a Oxford, liquidando il nuovo piano di Downing Street come un approccio che lascerebbe il paese “almeno parzialmente legato alla Ue”. Trump ne riparlerà stamane, tra una colazione con la premier a Chequers, la sua residenza di campagna, e un tè con la regina a Windsor, inseguito dalle manifestazioni di protesta che avranno il culmine nella capitale, da cui lui resterà alla larga.
Ma se Theresa May può prendere le critiche di Trump come l’ennesimo dispetto diplomatico del suo ospite, sul piano interno rischia di più. Paragonato dal Financial Times a un “accordo di associazione” simile a quello che la Ue ha con l’Ucraina, il Libro Bianco viene definito da Jacob Rees-Mogg, capo dei deputati più euroscettici, un atto che trasforma la Gran Bretagna in “uno stato vassallo” di Bruxelles e produce una Brexit “di nome ma non di fatto”. Lunedì la proposta verrà discussa alla camera dei Comuni: se i ribelli Tory voteranno contro, insieme all’opposizione laburista, liberaldemocratica e scozzese che viceversa la attaccano come insufficiente, May sarà sconfitta e si riparlerà di sue dimissioni.
Come se non bastasse, il capo-negoziatore europeo Michel Barnier fa già capire di avere obiezioni: l’idea di un’area di libero scambio per le merci ma non per i servizi, come delineato dalla nuova iniziativa, e di una ridotta libertà di movimento, va contro le “linee rosse invalicabili” della Ue, in base alle quali le libertà si prendono o si negano tutte insieme. Senza poter scegliere, questa sì, questa no, questa un po’.
Morale: le 100 pagine del Libro Bianco, dopo due anni e tensioni che hanno spaccato il partito conservatore, non sciolgono l’incertezza sulla Brexit.
L’interrogativo di fondo è sempre lo stesso: se la Gran Bretagna uscisse dalla Ue ma restasse nel mercato comune, lasciando praticamente tutto com’è ora, scontenterebbe i brexitiani; se uscisse dalla Ue con un taglio netto, danneggerebbe la propria economia e l’unità nazionale (in Irlanda del Nord e in Scozia). La ricerca di una via di mezzo continua a rivelarsi infruttuosa.
Quando ieri pomeriggio il nuovo ministro per la Brexit Dominic Raab ha tentato di iniziare il dibattito ai Comuni, subissato di fischi perché si era dimenticato di fare pervenire il Libro Bianco ai deputati, è sembrata la metafora perfetta del caos in cui versa il paese. Gli inglesi si consolano applaudendo “gli eroici leoni” della loro squadra di calcio, ma accontentarsi di una sconfitta è il segno che le cose non vanno.

Enrico Franceschini

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