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Impasse su Brexit e fronda interna May a fine corsa?

La “svolta” di Firenze si stempera nella defatigante esegesi del dibattito fra i conservatori, ammanettando Londra a una data assai più prossima del marzo 2019 quando scatterà la Brexit.
Le parole pronunciate dalla signora May nel capoluogo toscano avevano svelato il nuovo approccio britannico, moderato sia nella forma sia nella sostanza. Sembrava davvero di essere alla vigilia di un possibile accordo con la Commissione sui tre capitoli centrali di questa prima fase negoziale: la quantificazione dell’assegno britannico all’Ue; un’intesa sui diritti dei cittadini europei residenti nel Regno; un compromesso sul confine anglo-irlandese. Passaggi, lo ricordiamo, che per l’Ue sono propedeutici a qualsiasi successiva trattativa sull’assetto futuro delle relazioni economiche e commerciali fra le due sponde della Manica.
Avevamo creduto che il governo di Londra e la maggioranza che lo sostiene – monocolore Tory con un aiutino degli unionisti dell’Ulster- fosse da un lato compatto sulla linea di Theresa May, dall’altro pronto a mettere numeri e date nella cornice flessibile tracciata dalla signora premier. Sta accadendo l’opposto. Mentre Bruxelles sollecita Londra a “uscir di metafora”, riempiendo di sostanza quei varchi aperti dalle parole della premier, ripartono da dentro e fuori il governo le cannonate – sparate e subito smentite secondo una consumata tecnica di sabotaggio – contro Theresa May. Il negoziato torna così a rallentare, frenato dall’incertezza di una politica che dovrebbe guidarlo, svelando l’immagine di un Paese assai diverso dalla sua storia gloriosa, scandita dall’alternanza al potere e da una invidiatissima “civiltà” parlamentare.
Il Regno Unito sta rischiando tutto per consentire ai Tories di risolvere le proprie querelle interne, tanto fragorose da attutire anche quelle che dividono l’opposizione laburista. L’infinita tragedia dei conservatori è stata innalzata dal referendum sulla Brexit a tragedia nazionale e ancora non si vede una svolta, al di là del miraggio di Firenze.
Sullo sfondo galleggia Theresa May, indebolita dagli attacchi del ministro degli esteri Boris Johnson, guardiano del sentiero che spera lo possa condurre al numero 10 di Downing Street, ma anche dal ragionevolissimo realismo del cancelliere Philip Hammond, bastione ultimo degli interessi della City attaccata dalle scorribande dei brexiters. La forza di Theresa May è ormai solo nella sua debolezza. Tutti la minacciano, ma nell’immediato nessuno fra i Tories – forse nemmeno Johnson – vuole occupare una poltrona impossibile, esposta com’è a spifferi e tempeste. Tanta fragilità potrebbe anche condurre a elezioni anticipate e i conservatori sono suscettibili a sondaggi che danno il Labour in grande spolvero.
Le divisioni del Tory party paralizzano l’azione dell’esecutivo, continuando a negare al Paese la certezza che il business – finanziario e non – domanda. Ministri e peones di Westminster, tuttavia, sembrano inconsapevoli dei rischi, paiono ignorare quanto è sotto gli occhi di tutti: la tempistica di un calendario assai più stringente di quello scandito dall’articolo 50 dei Trattati.
Per salvare sé stessa Londra ha una finestra di 3-6 mesi, poi sarà troppo tardi. Non è il lobbismo delle banche a suggerirlo, ma la realtà dei tempi e dei costi della relocation. Da mesi pezzi di business delle grandi banche americane emigrano verso le capitali Ue. Francoforte, ma non solo. La grande ondata, però, maturerà quando si sarà concretizzata la prospettiva di un “no deal” euro-britannico. Nessuno vuole il fallimento, ma la stasi negoziale di questi mesi lo rende possibile.
Un accordo di transizione potrebbe, nell’immediato, scongiurare la fuga dalla City dilatando i tempi del distacco. Per questo le parole di Theresa May avevano acceso la speranza, ma la trattativa per un accordo ad interim se davvero è cominciata è solo al preambolo. E difficilmente andrà oltre, costretta com’è dai paletti dei brexiters, determinati a fissare date e condizioni incompatibili con la realtà dell’Unione e in ultima istanza con le urgenze dell’economia nazionale. Have the cake and it eat, versione british di “botte piena e moglie ubriaca” resta l’ambizione suprema e obiettivo ultimo di nutrite falangi Tory brexiters, irresponsabili abbastanza da mettere sul tavolo di Bruxelles il futuro del Regno.

Leonardo Maisano

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