Illegittimità costituzionale della mediazione: le motivazioni della Corte

Ad oltre un mese dalla diffusione del comunicato stampa del 24 ottobre 2012, la Corte Costituzionale ha reso finalmente pubbliche anche le motivazioni poste alla base della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 5 comma I, d.lgs. n. 28/2010, nella parte in cui aveva previsto l’esperimento della procedura di mediazione quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale per una ampia serie di materie elencate nell’articolo stesso.

La Corte ha inoltre dichiarato, in via consequenziale, l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 3, del decreto legislativo n. 28 del 2010, limitatamente al secondo periodo («L’avvocato informa altresì l’assistito dei casi in cui l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale»), restando quindi in capo al legale l’obbligo di informare il cliente della possibilità di accedere alla mediazione facoltativa; ha inoltre completamente eliminato le “sanzioni” previste per coloro che, senza giustificato motivo, non prendevano parte all’incontro di mediazione, dichiarando l’illegittimità dell’art. 8, comma 5; con ciò riportando la disciplina dell’istituto a prima del decreto n. 5 del 2003 (che aveva disciplinato la c.d. “mediazione societaria”).

Del tutto inaspettata, anche la decisione di dichiarare illegittimo l’intero art. 13 del decreto legislativo, dedicato alle spese processuali, ovvero alle conseguenze sulle spese di giudizio in caso di formulazione – e mancata accettazione – della proposta fatta dal mediatore: è presto per fare commenti ponderati, ma stupisce il fatto che la Consulta abbia “travolto” una disciplina che, così come formulata, era espressamente prevista nell’art. 60 legge delega (alla lettera “p”).

In ogni caso, a prescindere dalle singole questioni affrontate dalla Consulta e ad un primo rapido esame, sembra che l’unica censura mossa dalla Corte al legislatore del decreto 28, sia l’eccesso di delega; questo “vizio” pare abbia assorbito tutti gli altri motivi di incostituzionalità sollevati. La Corte potrebbe semplicemente non aver analizzato gli altri profili (compatibilità dell’articolo 5, comma I, citato con gli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione); oppure potrebbe, implicitamente, non averli ritenuti rilevanti.

Dalla Corte ci si sarebbe aspettati qualcosa di più in termini di completezza nell’affrontare le questioni sottoposte al suo vaglio, e di indicazioni per il futuro legislatore dal quale – ora più di prima – tutti si attendono (a prescindere dall’appartenenza alla categoria dei favorevoli o contrari alla mediazione) una scelta di campo coraggiosa e univoca nella direzione di “abbandonare” questo istituto a se stesso e alle proprie  forze (com’è sempre stato), o di promuoverne la diffusione e lo sviluppo in un sistema organizzato, serio ed efficiente di strumenti consensuali e alternativi all’attività giurisdizionale riservata ai tribunali.

(Paola Ventura – p.ventura@lascalaw.com)

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