Illegittima occupazione, nessuna prova ma solo presunzione

L’occupazione illegittima di un immobile altrui comporta un danno per il proprietario dello stesso, la cui liquidazione può essere operata dal Giudice, in via equitativa, sulla base di presunzioni semplici e non necessariamente di prove.

Il principio è stato confermato nella recente pronuncia in commento della Corte di Cassazione n. 2342 del 31.01.2018, emessa in ossequio all’unanime orientamento di legittimità (tra le tante vedi le sentenze della Cassazione del 9/08/2016 n. 16670; Cassazione del 16/04/2013, n. 9137; Cassazione del 8/05/2006 n. 10498).  Il caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte vede coinvolti da un lato il proprietario dell’immobile, acquistato a seguito di aggiudicazione nell’ambito di una procedura esecutiva, e dall’altro i conviventi del debitore esecutato, occupanti l’immobile senza titolo.

Successivamente all’espropriazione immobiliare ed all’emissione del decreto di trasferimento, il proprietario agiva per il rilascio dell’immobile, ancora occupato dal debitore e dai conviventi, nonché per ottenere la condanna di tutti gli occupanti al risarcimento del danno da illegittima occupazione. I familiari conviventi del debitore si costituivano eccependo, oltre l’infondatezza della domanda, il proprio difetto di legittimazione passiva, mentre il debitore restava contumace.

In primo grado veniva respinta l’eccezione relativa al difetto di legittimazione passiva, trattandosi in realtà di eccezione di merito sulla “titolarità sostanziale della posizione” e venivano condannati gli occupanti al pagamento del danno subito dal proprietario dell’immobile, in quanto tutti coloro che godevano illegittimamente dell’immobile erano tutti obbligati in solido alla restituzione dello stesso e pertanto erano tutti tenuti al risarcimento del danno per occupazione senza titolo. Il danno veniva liquidato dal Giudice secondo equità in euro 16.000,00, oltre interessi, rivalutazione e spese.

La Corte d’Appello di Roma, successivamente adita, confermava la sentenza di prime cure.

La Suprema Corte, nella sentenza in commento, ha ritenuto che la Corte di merito avesse adeguatamente verificato la titolarità della situazione giuridica soggettiva in capo agli occupanti, i quali detenevano l’immobile nella qualità di familiari conviventi della persona esecutata, nonché la sussistenza, nel caso di specie, di un’occupazione senza titolo di immobile altrui.

A tal proposito, la Corte di Cassazione ha precisato, seguendo il consolidato orientamento di legittimità, che l’illegittima occupazione di un immobile comporta in re ipsa un danno per il proprietario dello stesso, il quale, a seguito della perdita del bene, non può disporre e trarre dallo stesso l’utilità normalmente ricavabile in relazione alla sua natura fruttifera. Il danno pertanto costituisce una presunzione, fino a prova contraria, e la relativa liquidazione può essere operata dal Giudice sulla base di presunzioni semplici quale ad esempio il valore locativo del bene usurpato.

Nel caso di specie, la Suprema Corte ha ritenuto che la Corte di merito, applicando il principio di diritto, avesse correttamente eseguito la liquidazione presuntiva del danno in via equitativa, secondo criteri oggettivi con specifico riguardo all’aver “continuato a detenere il bene nonostante l’intimazione di rilascio e con riferimento alla durata dell’occupazione” e pertanto ha respinto il ricorso.

Cass., Sez. III Civ., 31 gennaio 2018, n. 2342

Ludovica Citarella – l.citarella@lascalaw.com

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