Il giudice che ha deciso l’impugnativa di licenziamento puo’ essere il medesimo che dirimera’ l’eventuale opposizione

Trib. Milano, sez. I civ., 11 ottobre 2013 (leggi la sentenza per esteso)

Il giudice che ha deciso in merito all’impugnativa di licenziamento, proposta nelle forme imposte dall’art. 1 comma 48 l. 92/12,  non ha l’obbligo di astenersi dal decidere l’eventuale successivo giudizio di opposizione disciplinato dell’art. 1 comma 51 L.cit. (rito c.d. Fornero).

Conseguentemente la parte non è legittimata a proporre la ricusazione del giudice medesimo ex art. 52 c.p.c.

Questa la statuizione di fondo enunciata dall’ordinanza pronunciata dal Tribunale di Milano, sez. I civ., in data 11 ottobre 2013.

Il caso risolto dal provvedimento in commento sorge dalla ricusazione del giudice proposta da un lavoratore il quale, dopo essersi visto negare il riconoscimento della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato ed aver depositato la relativa opposizione avverso l’ordinanza di rigetto, si doleva che la causa fosse stata assegnata al medesimo magistrato che aveva già pronunciato il provvedimento opposto.

Le motivazioni addotte dal Tribunale di Milano scaturiscono da una preliminare qualificazione processuale del rito prefigurato dalla legge 92/12.

Più precisamente il Tribunale esclude categoricamente la natura impugnatoria del giudizio di opposizione e ne fa discendere la non necessarietà della cognizione da parte di un giudice diverso.

La morfologia strutturale dell’istituto tipizzato dalla legge 92/12 corrisponde integralmente al codice genetico tipico dei procedimenti bifasici in cui l’unico processo di merito è scandito in due fasi: una preliminare e sommaria e una eventuale (se c’è opposizione) di cognizione ulteriore e piena, adottandosi, quindi una forma processuale tipica delle opposizioni o corrispondente ai modelli procedimentali che prevedono provvedimenti interinali a contenuto decisorio ma cedevoli nell’eventuale successiva fase di giudizio”

Ampio spazio nella parte motiva dell’ordinanza viene riservato al parallelismo con altri istituti processuali bifasici già presenti nel nostro ordinamento che, parimenti, prevedono provvedimenti interinali a contenuto decisorio (quali per esempio il decreto ingiuntivo e l’ordinanza ex art. 186 quater c.p.c) ma cedevoli nell’eventuale successiva fase di giudizio.

La natura meramente impugnatoria del giudizio di opposizione è altresì esclusa dalla facoltà che il medesimo abbracci “domande nuove, sia pur fondate sui medesimi fatti costitutivi, ovvero domande riconvenzionali con istruttoria piena non vincolate alle mere acquisizioni indispensabili” raccolte nella precedente fase.

Il Tribunale si spinge poi ad affermare che riconoscere una valenza impugnatoria al giudizio di opposizione ex art. 1 comma 51 L.cit. e,  conseguentemente, aprire le porte alle pretese ricusatorie della parte, equivarrebbe a legittimare un processo con “ sostanziali tre gradi di merito: provvedimento sommario interinale, giudizio impugnatorio contro di esso avanti ad altro giudice; giudizio di appello contro la decisione di quest’ultimo”.

(Edoardo Natale – e.natale@lascalaw.com)

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