Il giudicato è per sempre?

La Corte Costituzionale si esprime sul contrasto tra sentenza passata in giudicato e sopravvenuta pronuncia di segno opposto resa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Con la sentenza n. 93 del 2018 la Corte Costituzionale si è pronunciata in merito alla legittimità costituzionale degli artt. 395 e 396 c.p.c., nella parte in cui non contemplano, tra i casi di revocazione delle sentenze civili passate in giudicato, l’ipotesi di revoca per sopravvenienza di una pronuncia di segno contrario da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Tale carenza è stata valutata dalla rimettente Corte d’appello di Venezia come potenzialmente lesiva dell’art. 117 co. 1 Cost. in relazione all’art. 46 CEDU., il quale espressamente obbliga gli Stati contraenti a conformarsi alle proprie sentenze definitive nell’ambito delle controversie di cui sono parti.

Il giudice a quo si è quindi interrogato a fondo sulla natura dell’istituto della revocazione, prospettando una possibile estensione ai processi civili dell’obbligo di riapertura del processo, già previsto in ambito penale, in tutti i casi in cui la sentenza interna passata in giudicato contrasti con una pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo.

La Corte Costituzionale, investita di tale questione di legittimità, ha in primis sottolineato l’importanza dell’esecuzione delle sentenze della Corte EDU anche al di fuori del settore penale, auspicando un generale interessamento del Legislatore alla questione.

Il delicato bilanciamento degli interessi coinvolti richiede infatti, nella prospettiva dei giudici, un adeguato intervento del potere legislativo, diretto a conciliare il diritto di azione delle parti vittoriose a Strasburgo con quello di difesa dei terzi, categoria di soggetti pregiudicata fortemente dall’eventuale revocazione della sentenza passata in giudicato.

Successivamente, dopo un’attenta analisi della giurisprudenza europea, la Corte Costituzionale ha concluso che l’art. 46 CEDU non stabilisce un obbligo diretto per le parti contraenti di riaprire i processi civili e amministrativi in caso di sopravvenuto contrasto con una pronuncia della Corte EDU: la Carta europea dei diritti dell’uomo, così come interpretata dalla Corte di Strasburgo, riconoscerebbe infatti ampio margine di discrezionalità in capo agli Stati membri sulla scelta degli strumenti da adottare per garantire l’esecuzione delle sentenze della Corte EDU.

Tale soluzione deriverebbe dalla necessità di tutelare le parti private estranee al giudizio, evitando un possibile indebolimento dell’efficacia di cosa giudicata della sentenza divenuta definitiva.

La Corte Costituzionale ha quindi concluso per l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d’Appello di Venezia, convenendo tuttavia sulla possibilità, per l’ordinamento italiano, di eseguire una pronuncia europea con la misura risarcitoria, pur senza rimettere in discussione una sentenza passata in giudicato.

Corte Costituzionale, 27 aprile 2018, n. 93

Valentina Zamberlan – v.zamberlan@lascalaw.com

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