Il format dell’avvocato

In un precedente contributo su questa rivista abbiamo criticato la scelta della RAI di pagare al conduttore Fabio Fazio un compenso di 2,8 milioni di Euro per il format della trasmissione «Che tempo che fa». Scrivemmo che era piuttosto arduo giustificare un tale compenso non solo per la banalità e vetustà del format, ma soprattutto perché non poteva ravvisarsi in esso alcuna opera dell’ingegno suscettibile di tutela giuridica e, quindi, di apprezzamento economico.

Concludemmo chiedendoci quale creatività e originalità ci fosse in un format che consiste semplicemente nel far accomodare gli ospiti su una sedia per intervistarli e suggerimmo conseguentemente la tesi della nullità parziale del contratto.

Torniamo ora sullo stesso tema, ma questa volta con la RAI schierata a difesa della tesi dell’inconsistenza di un format che meriterebbe senz’altro più pregio di quello di Fazio.

Il caso.

A partire dal 2008 la RAI ha mandato in onda 100 puntate (e altrettante repliche) della serie «Agenzia Riparatori» trasmessa dallo studio legale dell’Avvocato Lo Foco dove quest’ultimo, anche con i suoi collaboratori, rispondeva ai quesiti formulati dai telespettatori mediati dalla presenza di un giornalista che introduceva l’argomento della puntata e da un avvocato che esponeva la problematica nei suoi aspetti tecnici generali.

Nel 2011 la RAI sospendeva il programma e tre anni dopo l’Avv. Lo Foco la citava in giudizio per chiedere il corrispettivo per l’utilizzo del format del programma.

La decisione in commento.

Il Tribunale di Roma ha rigettato la domanda dell’Avv. Lo Foco poiché:

  1. non è stata fornita prova scritta della licenza del format rivendicato né alcuna prova che sia mai stato concordato un corrispettivo (la prova scritta è ad substantiam per le opere dell’ingegno ex 110 l.d.a.);
  2. il format depositato presso la SIAE si concretizza «in una descrizione assolutamente sommaria e del tutto criptica che si risolve in un mero schema allo stato “larvale” privo di elementi sufficienti a caratterizzare in modo definito e completo almeno la natura e lo svolgimento in concreto del programma»;

I rilievi del tribunale sono pienamente condivisibili e assorbenti quanto al punto 1, un po’ meno per il punto 2.

Se infatti il giudice ha ritenuto di dedurre il difetto di creatività del format dalla sola descrizione depositata in SIAE, mi pare che si sia limitato ad una indagine incompleta. L’opera, infatti, vive indipendentemente dal deposito (circostanza non necessaria per la costituzione del diritto) e “nasce” con la sua manifestazione nel mondo esteriore. Il giudice per dedurre il difetto di creatività e originalità avrebbe dovuto apprezzare l’opera in sé come risultante dalla visione delle trasmissioni televisive e non limitarsi alla lettura della sua descrizione nel bollettino SIAE. Solo allora avrebbe potuto negare pregio e tutela alla stessa.

Se invece il giudice ha ritenuto il format non tutelabile indipendentemente dal deposito in SIAE, ma perché nella sostanza non dotato di sufficiente compiutezza, la decisione appare forse un po’ frettolosa.

Va infatti osservato che la struttura del programma non era del tutto banale. C’era un canavaccio articolato e definito: il soggetto (argomenti di carattere giuridico), l’apparato scenico (lo studio professionale), lo svolgimento (domande dei telespettatori, presentazione di casi concreti e soluzione dell’esperto), i personaggi fissi (il giornalista presentatore e l’avvocato esperto), i tempi di introduzione di ciascuno di essi, ecc. Tutti elementi che la giurisprudenza, richiamando la prassi consolidata introdotta dal bollettino ufficiale della SIAE, n. 66 del 1994, fa propri nel giudizio di accertamento della tutela autorale in materia. Non va dimenticato peraltro che in via generale per accedere a tale tutela il grado di creatività richiesto è minimo, sufficiente a manifestare un’originale espressione dell’autore (cfr. da ultimo Cass. 12 ottobre 2017, n. 24062, in Quot. Giur. 2017).

Conclusioni.

Stabilire quando un format è opera dell’ingegno non è affatto facile e il giudice deve senz’altro fare ricorso alla sua sensibilità per operare la distinzione. Detto questo, però, mi sia consentito aggiungere che ciò che fa più riflettere è la posizione della RAI, senz’altro legittima in punto di diritto, un po’ meno dal punto di vista politico ed economico, quantomeno considerando che l’Avv. Lo Foco chiedeva solo 180.000 Euro per la licenza di un format un po’ discutibile, forse, ma ben lontano dai quasi 3 milioni concessi a Fabio Fazio per l’indiscutibilmente insussistente format di «Che tempo che fa».

Tribunale di Roma, sentenza dell’11 ottobre 2017 (leggi la sentenza)

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

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