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Il governo sogna il ritorno dei Bot people

Il sogno dell’autarchia finanziaria si chiama Cir. Conti individuali di risparmio per far tornare l’epopea dei Bot people, quando si investiva in massa e con rendimenti a due cifre.
Per ora gli addetti ai lavori non si scaldano: vedono criticità che potrebbero rendere velleitaria o dannosa l’idea. Inoltre l’ammontare dei Cir stimato, fino a 15 miliardi, è lontano dai fabbisogni del Tesoro, che con un debito pubblico quotato sui 1.800 miliardi, ogni mese è costretto a bandire aste per circa 35 miliardi. Infine, c’è la regola aurea di ogni investitore: non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Già la crisi 2011 ha rinazionalizzato un terzo del debito, che prima era per il 65% in mani straniere e ora è l’opposto ( ma solo un 6% è dei cittadini: la gran parte è nei forzieri di banche e assicurazioni). Con tutti i rischi di un corto circuito tra ricchezza nazionale, gettito fiscale e debito.
Cosa sappiamo dei Cir
Le indiscrezioni finora portano a fotografare i Cir come un investimento agevolato in titoli di Stato, riservato a persone residenti in Italia, nel limite di 3mila euro annui e 90mila totali. Il loro rendimento, se portati a scadenza, non sarebbe imponibile ( oggi l’aliquota è del 12,5% sui titoli pubblici) e sarebbero inoltre deducibili al 23%, oltre che esenti da imposte di donazione e successione e da pignoramenti e sequestri. Il governo vorrebbe utilizzare questo nuovo flusso di debito per ” consolidamento, miglioramento e sviluppo delle infrastrutture” del Paese.
Possibili vantaggi e svantaggi
L’incentivo fiscale, già in essere sui titoli pubblici (quasi tutti gli altri investimenti pagano aliquote doppie) può funzionare. Lo ha mostrato la crescita delle polizze vita, dal 2002 più che raddoppiate nei portafogli italiani fino al 22%. L’ultimo governo di centrosinistra ha poi risvegliato, sempre con la leva fiscale, gli investimenti per le Pmi: i Pir, che hanno raccolto 11 miliardi il primo anno. Tuttavia l’aiutino fiscale dei Cir a un solo tipo di investitori – i privati italiani – potrebbe violare le norme sui capitali nell’Ue: e anche la deducibilità al 23% instilla dubbi nei tributaristi. L’ipotesi di dirottare parte della ricchezza italiana in nuovo debito pubblico, poi, non affascina i gestori: « C’è il rischio di favorire lo spostamento di risorse verso il debito pubblico, categoria che tende a diminuire produttività e competitività del sistema – dice Roberto Brasca, che presiede la holding finanziaria Bramantes -. Quanto al vincolo sulle infrastrutture, e al di là di recenti avvenimenti, la storia dice che i privati le realizzano con più cura, tempestività ed efficienza ».
Le cifre in ballo
I dati Istat e Bankitalia attestano come la ricchezza finanziaria italiana sia relativamente intatta e cospicua. Circa 4.400 miliardi a fine 2017, per il 31% tra cassa e depositi, un 24% azioni e fondi comuni, il 23% polizze, un 7% titoli di Stato. Poi ci sono 9.500 miliardi di attività non finanziarie, per l’84% immobili. Il crollo di investimenti in Bot e Btp, che vent’anni fa erano un quarto della ricchezza, ha a che fare con l’azzeramento dei tassi dopo gli acquisti della Bce per contrastare la crisi. Certo, se gli spread risalgono ( proprio ieri i Bot annuali sono stati aggiudicati a un tasso vicino all’1%, il doppio di appena un mese fa, mentre il Btp a dieci anni rende il 3,5%) gli italiani potrebbero tornare a guardare al debito. Ma è una spirale pericolosa, come già visto. E un altro aumento della ” quota autarchica”, specie da quando a gennaio la Bce sospenderà gli acquisti di Btp, promette di aumentare la volatilità finanziaria e l’intreccio tra tasse, debito e ricchezza. «L’attuale volatilità a Piazza Affari e sui bond ricorda quanto sia sconsigliabile concentrare troppo gli investimenti finanziari sull’Italia – segnala Michele Morra, gestore di Moneyfarm -. I cittadini contribuiscono già con le tasse a ripagare il debito, orientare il risparmio verso una concentrazione sul rischio Italia usando la leva fiscale non sembra giustificato».
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