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Fmi, forte richiamo ai Governi: «Gestite meglio i patrimoni pubblici»

Debito e deficit: non si parla, giustamente, d’altro. Manca però un pezzo, all’analisi dei bilanci pubblici: gli attivi e quindi gli attivi netti: infrastrutture, capitale di aziende pubbliche, strumenti finanziari detenuti dai governi. Senza dimenticare i debiti non finanziari, a cominciare da quelli previdenziali. Il Fondo monetario internazionale, nel suo Fiscal Monitor, apre la strada – in realtà già percorsa dalle agenzie di rating – a una valutazione più ampia dello stato patrimoniale pubblico, con l’obiettivo di aiutare a gestirlo meglio: il guadagno sarebbe nell’ordine del 3% di Pil l’anno.
Il quadro che emerge non è del tutto rassicurante (e ancor meno lo è per l’Italia). I dati raccolti dall’Fmi sono del 2016, ma sono ancora sufficientemente vicini per fornire indicazioni anche operative. Il nostro Paese, anche contando i suoi attivi – spesso sopravvalutati – è tra i peggiori. Gli attivi non finanziari (esclusi terreni e materie prime) sono pari al 51,6% del Pil, e gli asset finanziari il 27,6% del Pil. Il debito complessivo, escluso quello previdenziale, è pari al 157,6% del Pil. Il patrimonio netto dell’Italia è dunque negativo per un ammontare pari al 78,4% del Pil. Un po’ meno, in valore assoluto, di Grecia (-110,6%) e Barbados (-87,8%), un po’ più del Belgio (-60%). La Francia ha un patrimonio netto negativo pari al 23,3% del Pil, gli Usa del 6%; la Germania ha un patrimonio positivo del solo 3,5% (i suoi attivi sono relativamente bassi), lontanissimo dal 348% della Norvegia, dal 158% del Bhutan e dal 132% della Cina, i primi tre. Concentrandosi sul breve periodo, il rapporto tra attività a breve e debito a breve non è più favorevole per l’Italia: il disallineamento è del 24,7% del Pil, un po’ più basso di quello del Gambia (-30%), un po’ più alto di quello di Barbados e Portogallo (-17%).
L’obiettivo del rapporto non è però quello di fare classifiche, ma di invitare a un miglior uso delle risorse, sulla base di alcuni case study. Secondo l’Fmi, gestire efficacemente gli attivi, con imprese pubbliche redditizie almeno la metà di quelle private, porterebbe a ricavi aggiuntivi pari al 3% del Pil (due punti dagli asset, uno dalle aziende pubbliche). Australia e Nuova Zelanda sono sicuramente gli esempi migliori, ma non gli unici: entrambe hanno posto accanto agli obiettivi fiscali tradizionali – riduzione del debito e pareggio di bilancio – l’aumento del valore finanziario netto. Le “manovre” dei due Paesi si proiettano molto lontano (6, 10 e anche 40 anni per cogliere le dinamiche demografiche), con una valutazione anche dinamica (intertemporale). La Gran Bretagna – come l’Uruguay – ha appena introdotto un sistema di management complessivo di bilancio con l’obiettivo di migliorare i rendimenti degli asset (soprattutto finanziari), migliorare le entrate dello Stato, nel caso in cui agisca da assicuratore di ultima istanza per il settore privato, in maniera commisurata ai rischi, e ridurre i costi delle passività. Anche alcuni Paesi emergenti stanno prendendo misure, sia pure di minore impatto. L’Indonesia intende così migliorare il finanziamento del suo enorme piano di investimenti pubblici, mentre il Gambia, che ha un patrimonio netto negativo per il 46% del Pil, ha introdotto stress test per ridurre i rischi.

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