• Fisco e passaporto Ue: italiani al test della concorrenza

    di Giuditta Marvelli e Francesca Monti

    Avrà (prima o poi) il passaporto europeo e, a partire dal primo luglio, il Fisco uguale a quello degli altri fondi internazionali: per il risparmio gestito italiano con quest'estate comincia una stagione nuova, all'insegna di una maggior concorrenza. Volo Sarà la volta buona per un colpo d’ala? L’uscita dalla lunga crisi del settore, cominciata nel lontano 2006, non sembra infatti ancora definitiva. Da inizio anno la raccolta è in rosso di 7 miliardi, di cui 1,7 lasciati sul campo nel mese di maggio. Lo stock, pari a 448 miliardi, è composto per il 24%da fondi stranieri: se si contano però gli estero-vestiti (cioè i prodotti non domiciliati in Italia confezionati da sgr italiane) la quota internazionale sale al 59%. E sul fronte delle performance, i risultati in tasca agli investitori, i numeri non sono più confortanti per chi è alla ricerca di segni di vitalità nazionale. Considerando infatti le performance delle principali categorie (vedi grafico grande a centro pagina) i fondi che battono bandiera italiana arrivano sempre secondi. Solo in un caso, quello degli azionari Europa, fanno meglio del resto del mondo. Ma solo perché perdono il 10%invece del 12%nell’ultimo difficile triennio. E l’analisi puntuale di queste classifiche triennali, elaborate da CorrierEconomia (vedi a pagina 20) evidenzia che solo nella categoria degli azionari area euro i primi due sono italiani (vedi interviste a pagina 20). Negli altri casi il nome da medaglia d’oro è sempre quello di un big globale. E il primo nome italiano, qualche volta, arriva ben dopo la decima posizione. Se poi prendiamo qualche mercato particolarmente specializzato (il mercato azionario Usa, per esempio) ci si deve spingere fino alla 188esima posizione per incontrare Pioneer Us medium cap value. Prima di lui ci sono 187 fondi internazionali, quasi tutti specializzati sulle piccole capitalizzazioni americane, che hanno guadagnato negli ultimi tre anni più del 4,78%realizzato dal fondo del gruppo Unicredit che mette la prima bandierina italiana in classifica. Analisi Al di là delle (forse sterili) polemiche nazionaliste, la verità è che l’industria italiana da tempo compete con un Fisco zoppo (ora non lo sarà più), pochi investimenti mirati (perché le banche, vere monopoliste del sistema, non hanno più da molto tempo puntato sulle sgr) e costi più elevati della media. Secondo una ricerca di Morningstar realizzata in 20 Paesi, un ipotetico rating dei costi lascerebbe l’Italia in coda al gruppo, con un voto D. Solo il Canada (che merita una F) ha fondi mediamente più cari dei nostri. Negli Stati Uniti, che hanno il massimo rating con Australia e Tailandia, i tassi di spesa per i fondi azionari rimangono intorno all’ 1%medio. In Italia siamo, sempre secondo i conti di Morningstar, sopra il 2%. Gara Da adesso in poi, il campo da gioco sarà, in Europa, più livellato per tutti. Si tratta di metterci soldi — se non si investe è difficile eccellere — e impegno. E magari di andare a caccia di economie di scala per abbassare i costi e per sgombrare il campo dall’altra annosa questione. Quella del conflitto di interesse che affligge le banche produttrici di fondi e contemporaneamente venditrici «captive» con la loro rete di sportelli. Se la crisi economica si attenua, tutto questo, forse, potrebbe convincere le famiglie italiane a prendere in considerazione progetti finanziari a lungo termine da realizzare con i fondi che, al momento, non sono in cima a molti pensieri (vedi intervista a pagina 19). Perché manca una cultura storica e perché la tempesta ha spaventato e messo in difficoltà. Il viaggio organizzato nei Paesi Emergenti, dove ci sono le Borse più promettenti e bond meno esausti, è veramente difficile da intraprendere senza strumenti finanziariamente democratici. Come possono essere i fondi.

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