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Fiat Chrysler crolla in Borsa Big auto sotto pressione

La presa d’atto definitiva che non c’è più l’uomo dei miracoli, quello che ha passato indenne la crisi del 2008 e che ha salvato un paio di società. E in più la revisione dei target, per certi aspetti già scritta tra le righe, oltre al crollo di General Motors (-7,5% a metà seduta) costretta, complice la guerra dei dazi, a tagliare le stime di utile per fine anno. Su Fca, nel giorno della scomparsa di Sergio Marchionne, si è scatenata la tempesta perfetta e il titolo in Borsa ha pagato in una sola seduta quello che non ha scontato nei giorni scorsi. Le azioni hanno chiuso in discesa del 15,5% a 13,99 euro, trascinando al ribasso l’intero listino (Ftse Mib -1,43%), la stessa Exor (- 3,49% a 53,66 euro) e in parte anche Ferrari (-2,14% a 111,9 euro). Fca ha perso 3,7 miliardi di capitalizzazione e per la prima volta nella storia, sebbene per soli 20 milioni, la Rossa, che ieri sera valeva 21,699 miliardi, ha superato Fiat Chrysler.
È come se operatori e investitori avessero realizzato in un colpo solo che lo scenario è mutato radicalmente, sul fronte del contesto economico, sul piano della leadership e di conseguenza in materia di prospettive future. Chi ha saputo gestire negli anni al meglio gli alti e bassi del ciclo dell’auto ora non c’è più e le criticità, nell’aria da qualche mese, sono esplose in tutta la loro evidenza. Non è un caso che l’analista del Crédit Agricole, durante la conference call sui risultati, abbia chiesto al nuovo ceo, Mike Manley e al cfo, Richard Palmer, se anche Marchionne avrebbe rivisto i target a fine anno o se quantomeno questa decisione fosse stata condivisa con lui prima che la situazione precipitasse. La risposta di Palmer è stata netta: «L’avrebbe fatto anche lui». Con la differenza però che d’ora in avanti non ci sarà più il manager italo-canadese a fare da argine agli scossoni. E così il mercato ha deciso di fare i conti subito con i messaggi negativi contenuti nella trimestrale del debito zero, target scolpito nei programmi di Marchionne che puntava alla cassa positiva per rendere attraente la società in vista di un futuro consolidamento del settore. Ma se questo obiettivo, chiave, è stato centrato altri sono stati ritoccati, in particolare in termini di ricavi e di risultato operativo adjusted che a fine anno sarà compreso tra 7,5 e 8 miliardi di euro contro il precedente target di 8,7 miliardi. Numeri che in un qualche modo hanno messo in luce qualche discrepanza nella trama della perfetta macchina da soldi fin qui narrata. Anche se, va detto, sull’ebit il consensus degli analisti per l’anno in corso era proprio 8 miliardi. Quella cifra ha tuttavia scoperchiato un paio di debolezze: il ritardo sul nuovo Pick up della Ram, che si farà sentire sul giro d’affari, il caso Maserati che ha dimezzato i ricavi chiudendo di fatto a break even, complice un calo delle consegne in Cina. E, soprattutto, il tema Cina in generale. Manley ha parlato di un riposizionamento del marchio Jeep nel paese ma quel che è certo, per ora, è che, come ha sottolineato un analista, su questo fronte il nuovo ceo «ha fallito in pieno». Non a caso Manley ha rilanciato: «È la nostra sfida più grande». Altro segnale che gli analisti hanno guardato con attenzione è stata la scelta di rimettere mano agli obiettivi 2018 nel secondo trimestre, normalmente Marchionne aggiustava il tiro nel terzo trimestre quando il quadro aveva assunto contorni definiti.
A tutto ciò, ovviamente, va sommato il profit warning lanciato da GM che ha rivisto al ribasso le stime di profitti per l’anno in corso: tra 5,8 e 6,2 dollari per azione contro il precedente range di 6,3-6,6 dollari per azione.

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