Siete qui: Oggi sulla stampa

Fallimento, pronto il nuovo codice della crisi

La riforma del fallimento e il nuovo codice della crisi prendono corpo e l’istituto dell’allerta si adegua alle dimensioni delle imprese. Il governo Conte, infatti, non farà decadere la delega prevista dalla legge 19 ottobre 2017, n. 155, ed entro il 14 novembre, salvo imprevisti dell’ultimo momento, verrà approvato il nuovo testo del decreto attuativo messo appunto dall’ufficio legislativo del ministro Bonafede.

Pochi giorni fa il nuovo testo del Codice della crisi e dell’insolvenza, che andrà a sostituire la legge fallimentare attuale e la legge sul sovraindebitamento del debitore civile, è stato inviato ai ministeri concertanti e a breve passerà all’approvazione del Consiglio dei ministri.

La struttura dei 390 articoli già di fatto prevista dalla bozza della Commissione Rordorf resta grossomodo intatta, anche se non mancano significative novità e cambiamenti che appaiono certamente più adeguate all’economia reale italiana e alle esigenze delle imprese.

L’approccio del testo Bonafede è nel solco dei principi della legge delega ma sembra avere tenuto conto di alcune critiche mosse dal mondo delle imprese e dei professionisti. La salvaguardia del creditore e della migliore soddisfazione di quest’ultimo resta, tuttavia, il focus è anche la tutela della continuità e della ricchezza espressa dalle aziende (e a salvaguardia dell’occupazione). Per questo, secondo il nuovo testo, il punto di partenza è quello di farsi carico anche delle disfunzioni e dei disvalori delle procedure concorsuali, quali essi sono e vengono percepiti all’esterno e ciò per evitare che ci si trovi a dover constatare, a consuntivo, che una procedura è servita soltanto ad assorbire le residue risorse disponibili dell’impresa. Il meccanismo è ancora una volta accelerare l’emersione della crisi introducendo obblighi ed assetti organizzativi di controllo ad hoc, con istituti di allerta sorvegliati dagli organi interni preposti alla vigilanza delle imprese collettive. Seguendo la raccomandazione comunitaria (n. 2014/135/Ue) indirizzata a consentire alle imprese sane in difficoltà finanziaria di ristrutturarsi in una fase precoce, per evitare l’insolvenza e proseguire l’attività, la bozza di decreto non dimentica che le dimensioni e le attività delle imprese possono essere molto diverse.

Il testo Bonafede, redatto con la direzione di Mauro Vitiello, uno dei massimi esperti del diritto della crisi d’impresa, non sembra insensibile al pericolo che gli imprenditori si trovino intimoriti dall’attivare istituti innovativi e non privi di rischi. Con ciò, il nuovo testo, al fine di agevolare il ricorso alle procedure di allerta e composizione assistita della crisi, dispone che la loro attivazione non costituisca causa di risoluzione dei contratti pendenti, anche se stipulati con pubbliche amministrazioni, né di revoca degli affidamenti concessi e prevede che siano inefficaci tutti i patti contrari. Inoltre, in attuazione del principio di cui all’articolo 4, comma 1, lett. a), legge delega n. 155/2017, traccia il perimetro di applicazione degli strumenti di allerta, destinati ai debitori che svolgono attività imprenditoriale, con esclusione però delle grandi imprese, dei gruppi di imprese di rilevante dimensione e delle società con azioni quotate in mercati regolamentati o diffuse fra il pubblico in misura rilevante.

Il procedimento di allerta e composizione assistita della crisi (che si adatterà anche alle imprese soggette a liquidazione coatta amministrativa ordinaria), sarà applicabile anche alle imprese agricole e alle imprese minori, compatibilmente con la loro struttura organizzativa, e considerando che gli obblighi di segnalazione sussiste nelle situazioni ove è obbligatorio il collegio sindacale e ove l’ammontare dell’esposizione debitoria risulti significativa (secondo determinati parametri). Ciò farà scattare anche l’obbligo di intervento dei cosiddetti creditori pubblici qualificati. Tali elementi, sarebbero, secondo la scelta del ministro Bonafede, di per sé tali da escludere, seppure in via indiretta ed in concreto, l’operatività delle misure d’allerta per le imprese di dimensioni particolarmente modeste, la cui crisi o insolvenza non è tale da ledere interessi di rilevanza pubblicistica. La scelta del nuovo codice è quella di prevedere indicatori della crisi più razionali e demandati soprattutto ad una attenta disamina ad hoc da parte del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, che dovrà aggiornare la rilevazione ogni tre anni.

La salute dell’equilibrio economico-finanziario e il prevedibile andamento della gestione delle imprese dipenderà da indicatori di crisi che facciano emergere squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario, rapportati sempre alle specifiche caratteristiche dell’impresa e dell’attività imprenditoriale svolta attraverso appositi indici che diano evidenza della sostenibilità dei debiti per almeno i sei mesi successivi e delle prospettive di continuità aziendale per l’esercizio in corso o, quando la durata residua dell’esercizio al momento della valutazione è inferiore a sei mesi, per i sei mesi successivi. Si dovrà tenere conto anche della data di costituzione e di inizio dell’attività. Mentre gli indicatori significativi riguarderanno il rapporto tra il flusso di cassa e l’attivo dell’impresa, il patrimonio netto e il passivo, gli oneri finanziari e i ricavi. Quanto alle segnalazioni esterne da parte degli enti impositori e riscossori o di previdenza sociale le soglie risultano assai più elevate e ragionevoli di quelle precedentemente previste dal progetto della Commissione Rordorf.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

“Cool, calm heads” (“teste calme e fredde”) è il nuovo “Keep calm and carry on” di vecc...

Oggi sulla stampa

La previsione di un termine di durata del rapporto con il consulente legale non impedisce all’ente...

Oggi sulla stampa

È una partita dall’esito ancora incerto quella che Bruxelles e Londra stanno giocando in queste o...

Oggi sulla stampa