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Facebook, shock a Wall Street: il titolo «brucia» 120 miliardi

Shock a Wall Street: la frenata della crescita di Facebook, le ombre sulle sue prospettive e i rischi per il suo modello di business, sono emersi tra le righe del bilancio del secondo trimestre del gigante tecnologico e di Internet americano. E hanno provocato un vero terremoto sul titolo. Le azioni Fb hanno bruciato oltre il 20% fin dall’apertura degli scambi, per poi assestarsi nel pomeriggio a una flessione attorno al 18 per cento. Abbastanza per veder evaporare oltre 100 miliardi di capitalizzazione, con punte di oltre 120 miliardi. Una perdita capace di svettare nella classifica dei crolli misurati in dollari di singoli titoli in Borsa in una sola giornata, davanti a Intel ormai diciotto anni or sono.
La bufera è stata scatenata da delusioni non negli utili, per ora, ma in «fattori» cruciali per le future performance: la dinamica delle entrate, che tuttora dipendono quasi esclusivamente dalla pubblicità, e degli utenti. Le revenue sono salite del 42% a 13,23 miliardi di dollari, ma meno di quanto previsto dagli analisti, e cioè 13,36 miliardi. Era dagli inizi del 2015 che Facebook non tradiva le previsioni. Sugli utenti l’azienda ha sofferto un simile destino: la loro media quotidiana è rimasta sequenzialmente stagnante sui mercati più redditizi, Stati Uniti e Canada, attorno ai 158 milioni. Identica performance per la media mensile: ferma a 241 milioni. In Europa, peggio ancora: la media quotidiana è scesa a 279 da 282 milioni e quella mensile da 377 a 376 milioni. In tutto il mondo Fb ha riportato utenti attivi medi quotidiani pari a 1,47 miliardi contro 1,49 previsti; 2,23 miliardi di utenti attivi mensili medi a confronto con i 2,25 miliardi pronosticati.
Fin qui i conti del colosso dei social network guidato da Mark Zuckerberg. Che se possono a prima vista mostrare variazioni modeste, sono diventati invece sintomi di timori più profondi agli occhi degli analisti. Almeno tre società di Wall Street su 33 che seguono il titolo – Nomura, Ubs e Raymond James – hanno declassato la loro raccomandazione. Tanto più davanti alle parole del direttore finanziario di Fb, Dave Wehner che ha sollevato il sipario, oltre che su impatti di oscillazioni valutarie, su arretramenti dovuti alla nuova attenzione a privacy e abusi. Quindi, in particolare, all’onda lunga della legge europea Gdpr di protezione dei consumatori appena entrata in vigore. Ha anche ammesso che nuovi “format” pubblicitari appaiono meno redditizi rispetto ai precedenti. E che le revenue, misurate sequenzialmente, dovrebbero continuare a rallentare per il resto dell’anno. Non solo: l’aumento previsto dei costi, per investimenti in sicurezza e garanzie antimanipolazioni per utenti e contenuti, eroderanno i margini operativi non per mesi ma per alcuni anni, portandoli attorno al 35% dal 44 per cento. Il prezzo, alla fine, da pagare agli scandali esplosi con Cambridge Analytica e con le interferenze russe grazie ai social media nelle campagne elettorali.
Investitori e analisti sono oltretutto parsi particolarmente irritati e preoccupati per la scarsa trasparenza mostrata finora dai vertici sull’impatto nel business. L’incertezza viene sottolineata da Marc Gabelli, direttore generale di The Gabelli Group e gestore senior dei fondi Gamco che segue media vecchi e nuovi. Solleva una serie di domande in cerca di risposte. «Qual è l’andamento del core business in condizione normalizzate? Sta cambiando qualcosa di strutturale con quanto avvenuto in Europa sulla privacy e la necessità di controllare il free content, di filtrare contenuti violenti o inappropriati? Si sta modificando il comportamento stesso degli utenti? Sta insomma mutando il tasso di crescita?». Gabelli non è pessimista su Facebook, che considera una enorme piattaforma di distribuzione: «Anche con la perdita odierna di valore resta un business estremamente significativo e che si è apprezzato ampiamente. È leader nei social network, con oltre due miliardi di utenti. E ha un forte management». La sua conclusione, al momento: «Credo sia presto per parlare di svolte radicali nel business. Anche se il titolo potrebbe deprezzarsi».

Marco Valsania

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