Facebook: confermata la contraffazione

La Corte di Appello di Milano conferma la condanna a Facebook per aver contraffatto una banca dati di titolarità dell’azienda italiana di sviluppo software Business Competence S.r.l.

Il caso è piuttosto interessante poiché, al di là delle parti coinvolte (il classico Davide contro Golia, ma c’è un giudice a Berlino!), tratta di un’ipotesi di plagio di banca dati protetta dal diritto d’autore.

La vittoria della piccola società italiana, infatti, non ha avuto ad oggetto il software in sé, ovvero le linee di codice che fanno funzionare l’applicazione controversa, battezzata Faround, ma il modo originale in cui tale applicazione organizza e dispone l’accesso ai dati che tratta. Si tratta di una differenza di non poco conto. Del resto, Facebook, nonostante la richiesta del CTU, aveva negato l’accesso al sorgente della sua applicazione in presunta contraffazione, nota con il nome di Nearby.

La strategia del gigante di Menlo Park, tuttavia, non ha raggiunto lo scopo voluto. Il suo diniego infatti, non solo ha evidentemente ingenerato la convinzione di un effettivo plagio del software, ma non ha impedito al CTU di verificare le concrete modalità operative dell’app di Facebook constatando una pressoché totale sovrapposizione delle funzionalità dei due applicativi messi a confronto.

Né Facebook è riuscita a produrre prove contrarie che deponessero per la sua tesi della “coincidenza creativa”, ovvero lo sviluppo parallelo e incidentale di una medesima opera dell’ingegno. Tesi poco convincente secondo la nota espressione id quod plerumque accidit (ciò che accade di solito), atteso peraltro che Facebook, poiché aveva validato l’app Faraound affinché funzionasse sulla propria piattaforma, aveva avuto accesso incondizionato e senza restrizioni al codice di quest’ultima.

Veniamo quindi al cuore della decisione, ovvero al fatto che la Corte ha riconosciuto, in perfetta coincidenza con il Tribunale, che “Faround è una banca dati implementata in forma di programma per elaboratore”, e una banca data dotata di carattere creativo, come tale tutelata non come diritto sui generis, ma dalle norme più incisive in tema di opere dell’ingegno.

Nel giungere alle sue conclusioni, i giudici d’appello hanno richiamato la sentenza della Corte di Giustizia C-444/02 la quale a sua volta, partendo dalla definizione di banca data di cui all’art. 1, comma 2, della direttiva 96/9/CE (“una raccolta di opere, dati o altri elementi indipendenti sistematicamente o metodicamente disposti ed individualmente accessibili grazie a mezzi elettronici o in altro modo”) ha chiarito che: “al fine di valutare l’esistenza di una banca di dati ai sensi della direttiva, è irrilevante il fatto che la raccolta sia costituita da elementi provenienti da una o più fonti diverse dal soggetto che costituisce tale raccolta, da elementi creati da quest’ultimo o da elementi che rientrano in entrambe queste categorie” (par. 25).

Ripercorriamo quindi i passaggi.

Innanzi tutto, una banca dati può assumere la forma di un programma per elaboratore. Ciò che rileva, quindi, non è solo l’aspetto statico della raccolta e sistematizzazione dei dati, ma altresì l’aspetto dinamico, di trattamento e interazione degli stessi.

Secondo, il costitutore di una banca dati, per essere tale, può anche attingere a fonti di terzi, rilevando ai fini della tutela autorale solo il fatto che i dati, quale sia la loro provenienza, siano disposti sistematicamente o metodicamente.

Terzo, la creatività per accedere alla tutela autorale è minima, essendo sufficiente che la scelta o la disposizione del contenuto della banca dati, ovvero la sua c.d. struttura, costituisca “una creazione intellettuale, propria dell’autore” senza peraltro che sia necessaria “alcuna valutazione della qualità o del valore estetico della banca di dati” (considerando 15 e 16 della direttiva). Pertanto, la creatività e l’originalità sussistono anche quanto la banca dati sia composta da idee e nozioni semplici, purché formulate e organizzate in modo autonomo rispetto alle precedenti (Cass. n. 13524/14, n. 20925/05; n. 11953/93).

Per tutte le ragioni di cui sopra, accertato altresì che prima di Faround non esistevano applicazioni simili, non solo si è riconosciuto che l’app in parola sia una banca dati, ma che sia anche frutto del lavoro creativo e originale di Business Compentence, e tutelata quindi come opera dell’ingegno.

Ora per Facebook si apre la fase di quantificazione del danno, a meno che non assisteremo ad un altro round in Cassazione.

Corte d’Appello Milano, 16 aprile 2018, n. 1916 (leggi la sentenza)

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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