Grava sulla società l’onere di provare il danno subito

La Corte di Cassazione si è pronunciata in tema di onere della prova per il danno cagionato dall’amministratore che viola gli obblighi di informazione – relativi ad eventuali interessi vantati in una determinata operazione della società – di cui all’art. 2391 c.c.

Nel caso di specie una S.p.a. citava in giudizio il suo amministratore delegato al fine di vederlo condannato al risarcimento del danno arrecato alla società stessa e discendente dall’omessa informativa di interessi vantati in una determinata operazione della società di  cui all’art. 2391 c.c. L’adito Tribunale di Trieste rigettava la domanda poiché la responsabilità di cui all’art. 2391 è da ricomprendere nella generale azione di responsabilità ex art. 2392 con onere della prova relativo al danno cagionato e al nesso causale gravante sulla società; proprio tale ultima prova risultava mancante ad opinione del giudice di merito il quale non rinveniva né l’esistenza di un vantaggio patrimoniale per il convenuto né tantomeno il nesso causale tra danno e condotta dello stesso.
La Corte di Appello di Trieste dichiarava inammissibile il ricorso della Società.

Con ricorso presso la Suprema Corte di Cassazione parte attrice ha lamentato la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2391, 1223, 2727 e 2697 c.c. sostenendo inoltre che “l’ipotesi di responsabilità per omesso adempimento degli obblighi informativi comporterebbe, a differenza del modello generale di responsabilità nei confronti della società, un’inversione dell’onere della prova quanto alla presunzione di rilevanza causale della condotta rispetto al danno subito dalla società”.

Il ricorso è stato ritenuto manifestamente infondato risultando sufficiente per la Corte di Cassazione correggere la motivazione del tribunale di Trieste nella parte afferente al tipo di azione proposta.

La Suprema Corte ha pertanto evidenziato come “essendo stata dedotta un’ipotesi di danni riferibile alla violazione, da parte dell’amministratori, dei cd. obblighi di disclosure (art. 2391 c.c., comma 1), la fattispecie era da annoverare nell’art. 2391 c.c., comma 4, che, a prescindere dalla sorte di eventuali rimedi reali quanto alla deliberazione consiliare assunta, consente alla società di far valere la responsabilità dell’amministratore per i danni derivati da tale specifico inadempimento”.

I Giudici hanno poi continuato sostenendo che “ è decisivo allora considerare che, diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente, il dato testuale della disposizione sopra evocata non permette di rilevare alcuna inversione dell’onere della prova in tema di verificazione del danno ovvero di nesso causale tra l’omissione dell’amministratore e la conseguenza dannosa; sulla società che assuma di essere stata danneggiata dall’inadempimento degli obblighi informativi gravanti sull’amministratore incombe pur sempre la prova del danno e del nesso di causalità”.

Già nel merito, come detto, il Tribunale, con valutazione fattuale a lui istituzionalmente rimessa, rilevava che la condotta posta in essere dall’amministratore delegato non permetteva la configurazione di un vantaggio patrimoniale per lo stesso né, anche all’esito di un giudizio controfattuale, alcuna prova era emersa in ordine al nesso tra l’inadempimento ascritto all’amministratore e la conseguenza dannosa ipotizzata.

Alla luce delle motivazioni di cui sopra la Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società attrice, statuendo che dell’onere di provare il danno cagionato dall’amministratore per mancata disclosure ex art. 2391 c.c., oltreché il conseguente nesso causale, resta gravata la società.

Cass. civ. Sez. VI – 1, 01 giugno 2018, ordinanza n. 14072

Alessandro Passanisi – a.passanisi@lascalaw.com

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