Diritto di recesso giusto o ingiusto?

Successivamente alla presa di posizione della Suprema Corte di Cassazione, riguardo alla estensione del diritto di recesso accordato all’investitore dal sesto comma dell’art. 30 del D.Lgs. n. 58 del 1998 – non solo al caso in cui la negoziazione fuori sede di strumenti finanziari sia intervenuta nell’ambito di un servizio di collocamento prestato dall’intermediario, ma anche quando la medesima vendita fuori sede abbia avuto luogo in esecuzione di un servizio d’investimento diverso (cfr Cass. Civ., Sez. Unite, 3-6-2013, n. 13905) – si è assistito ad un aumento considerevole del contenzioso riguardante, appunto, l’asserita violazione di tale norma.

Prescindendo da quello che è l’onere della prova inerente l’offerta fuori sede (che la Giurisprudenza di legittimità pone, ovviamente, in capo all’investitore esulandosi dal contesto della prova dell’adempimento informativo di cui all’art. 23 TUF, cfr da ultimo Cass. Civ., Sez. I, 8-2-2018, n. 3087) e quindi dalla valutazione inerente la dimostrazione di tale circostanza, occorre sottolineare l’inquadramento giuridico dell’istituto in esame e la tutela che la norma suppone.

Di recente è stato ribadito “che il differimento dell’efficacia del contratto, con la possibilità di recedere nel frattempo senza oneri per il cliente, val[e] appunto a ripristinare, a posteriori, quella mancanza di adeguata riflessione preventiva che la descritta situazione potrebbe aver causato” (così Cass. Civ., Sez. I, 14-2-2018, n. 3644).

La ratio della norma, così come ricostruita peraltro nel precedente nomofilattico, pone al centro l’esigenza di una tutela che “investa” l’adeguata, preventiva, riflessione del cliente rispetto ad una operazione relativa a strumenti finanziari potenzialmente avventata.

Una interpretazione sistematica dell’istituto, in sintonia con quello che è l’orientamento espresso dalla Corte di legittimità (per cui vi è l’esigenza per “l’interprete [di] circoscrivere l’ambito della tutela privilegiata nei limiti in cui viene davvero coinvolto l’interesse protetto dalla nullità, determinandosi altrimenti conseguenze distorte o anche opportunistiche”, così Cass. Civ., Sez. Unite, 16-1-2018, n. 898; conformi, Cass. Civ., Sez. Unite, 18-1-2018, n. 1200; Cass. Civ., Sez. Unite, 18-1-2018, n. 1201 e Cass. Civ., Sez. Unite, 23-1-2018, n. 1653), impone un adeguato vaglio della effettiva esigenza di tutela dell’investitore, non potendosi a priori applicare il diritto di tutela offerto dall’ordinamento.

Cass., Sez. I Civ., 14 febbraio 2018, n. 3644 (leggi la sentenza)

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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