Il diritto di co-vendita è applicabile alla cessione della sola nuda proprietà delle azioni?

In una recente pronuncia, la Corte di Cassazione si è interrogata circa l’applicabilità delle clausole di co-vendita all’ipotesi in cui un socio di maggioranza trasferisca la sola nuda proprietà delle proprie partecipazioni azionarie.

Per una miglior analisi della fattispecie, appare utile un breve accenno circa il perimetro della clausola di co-vendita. Questa è una previsione statutaria posta a tutela dei soci di minoranza e diretta ad attribuire loro il diritto di profittare delle condizioni economiche ottenute dal socio di maggioranza intenzionato a cedere la propria partecipazione ad un soggetto terzo. In altri termini, il socio di maggioranza ha la possibilità di perfezionare la cessione delle proprie azioni, solamente qualora abbia ottenuto dal proprio acquirente l’impegno di acquistare le azioni dei soci di minoranza.

In forza della clausola in esame, i soci di minoranza hanno quindi il diritto di co-vendere la propria partecipazione in forza dell’impegno all’acquisto proveniente dal terzo.

A mente della sentenza n. 3951/18 della Corte di Cassazione, “il diritto di co-vendita in favore degli altri soci è configurabile solo quando l’acquirente abbia assunto il controllo della società per avere acquistato la maggioranza dei diritti di voto incorporati nelle azioni. E in effetti, il diritto di voto nell’assemblea della società, per le quote che siano state date in usufrutto, compete unicamente all’usufruttuario, il quale esercita al riguardo un diritto suo proprio e perciò non è obbligato ad attenersi alle eventuali istruzioni di voto che gli abbia impartito il nudo proprietario”. Principio che trova la propria conferma normativa nell’art. 2352 c.c. secondo il quale il diritto di voto in assemblea spetta, salvo convenzione contraria, all’usufruttuario e non al nudo proprietario.

Quanto sopra delineato risulta poi assolutamente coerente con il principio di libera trasferibilità dei titoli partecipativi, il quale impone “un’interpretazione restrittiva delle clausole che la limitino, come quella in esame che, riconoscendo agli altri soci un diritto di co-vendita e un corrispondente obbligo di acquisto, si risolve in una restrizione alla libera circolazione di quei medesimi titoli”.

Cass., Sez. I Civ., 19 febbraio 2018, n. 3951 (leggi la sentenza)

Matteo Marciano – m.marciano@lascalaw.com

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