Diligenza della banca nel pagamento degli assegni: largo alla prova

Le Sezioni Unite hanno finalmente messo un punto fermo nell’annosa questione del pagamento degli assegni a persona diversa dal prenditore, riconoscendo per l’istituto di credito negoziatore la possibilità di provare la propria buona fede.

Come noto, numerosi sono i casi di truffa perpetrati da soggetti che, dopo aver intercettato assegni spediti tramite servizio postale, provvedono al relativo incasso aprendo all’uopo un nuovo rapporto con una banca. Usualmente, ai fini dell’identificazione, vengono fornite copie di carte d’identità e di tesserini del codice fiscale falsi e, per non destare sospetti, la somma portata dal titolo di credito – una volta accreditata sul nuovo conto – viene prelevata in più tempi.

Nel corso degli anni la giurisprudenza, chiamata a rispondere sulla eventuale responsabilità della banca che abbia pagato male un assegno circolare o un assegno bancario non trasferibili ovvero un assegno di traenza intrasferibile, ha assunto posizioni altalenanti, che le Sezioni Unite hanno ben ricostruito nella prima parte della decisione in commento. Le sentenze in materie sono, comunque, riconducibili a due distinti orientamenti:

– in base il primo, chi esegue il pagamento di un assegno non trasferibile a persona diversa dall’effettivo prenditore, ne risponde verso quest’ultimo soltanto laddove non abbia usato la dovuta diligenza nell’identificazione del presentatore del titolo. Questa tesi trae origine dalla convinzione secondo la quale il disposto dell’art. 43, 2° comma L.A. (che impone di pagare l’assegno non trasferibile al prenditore o al bancario giratario per l’incasso) sarebbe finalizzato, non solo ad assicurare il conseguimento della prestazione dovuta all’effettivo prenditore, ma altresì a impedire la circolazione del titolo.

– il secondo orientamento, invece, ritiene che la banca che paghi malamente incorra in responsabilità oggettiva, per il solo fatto dell’errore e, dunque, sia tenuta ad un nuovo pagamento in favore del soggetto legittimato. Ciò senza che rilevi in alcun modo l’elemento della colpa, atteso che lo scopo dell’art. 43, 2° comma L.A. sarebbe solo quello di porre il prenditore al riparto dagli effetti dello spossessamento del titolo.

Nella pronuncia i giudici di legittimità espressamente dichiarano di prendere le mosse della loro analisi da una nota sentenza delle Sezioni Unite, n. 14172 del 2007, che ha composto un precedente contrasto giurisprudenziale sorto circa la natura (contrattuale, extracontrattuale o ex lege) della responsabilità che deriva dal pagamento dell’assegno intrasferibile a persona diversa dal prenditore. In tal caso, i giudici avevano concluso per la responsabilità contrattuale, da riferirsi, sia alla banca trattaria, sia a quella negoziatrice, precisando che la stessa trova il suo fondamento nella c.d. teoria del contatto sociale, “ravvisabile ogni qualvolta l’ordinamento imponga ad un soggetto di tenere un determinato comportamento, idoneo a tutelare l’affidamento riposto da altri soggetti sul corretto espletamento da parte sua di preesistenti, specifici doveri di protezione che egli abbia volontariamente assunto”.

Ora, secondo le odierne Sezioni Unite, “una volta ricondotta la responsabilità della banca negoziatrice nell’alveo di quella contrattuale derivante da contatto qualificato  – inteso come fatto idoneo a produrre obbligazioni ex art. 1173 c.c. e dal quale derivano i doveri di correttezza e buona fede enucleati dagli artt. 1175 e 1375 c.c. – non appare più sostenibile la tesi secondo cui detta banca risponde del pagamento dell’assegno non trasferibile effettuato in favore di chi non è legittimato a prescindere dalla sussistenza dell’elemento della colpa nell’errore sull’identificazione del prenditore”.

Per tale motivo, i giudici di legittimità concludono formulando il seguente principio di diritto: “ai sensi dell’art. 43, 2° comma, legge assegni, la banca negoziatrice chiamata a rispondere del danno derivato – per errore nell’identificazione del legittimo portatore del titolo – dal pagamento di assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità a persona diversa dall’effettivo beneficiario, è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall’art. 1176, 2° comma c.c.”. In altre parole, le Sezioni Unite hanno ribadito che gli istituti di credito sono tenuti ad operare con la specifica professionalità che li caratterizza, avvalendosi degli strumenti e delle competenze di cui dispongono, al fine di  soddisfare l’affidamento che in essi ripongono tutti gli interessati. Per tale ragione, la banca negoziatrice, in caso di pagamento errato, ha il diritto di dimostrare di aver operato con la dovuta diligenza.

Cass., Sezioni Unite, 21 maggio 2018, n. 12477

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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