Difformità dell’ISC: se Irrisoria, Senza Conseguenze

L’ISC non costituisce un tasso d’interesse o una specifica condizione economica da applicare al contratto di finanziamento, ma svolge unicamente una funzione informativa.

Questo quanto evidenziato dal Tribunale di Roma con ordinanza del 23 febbraio 2018 emessa a seguito di un ricorso ex art. 702 bis c.p.c. depositato da due mutuatari che contestavano la difformità dell’ISC indicato nel contratto rispetto a quello effettivamente applicato al rapporto.

Come già più volte spiegato dalla giurisprudenza, tale indice rivela “il costo effettivo dell’operazione per il cliente secondo quanto previsto dalla Banca d’Italia”. La sua erronea indicazione, pertanto, non comporta una maggiore onerosità del finanziamento ma –  in caso – un’erronea rappresentazione del costo complessivo.

Il Tribunale ha poi specificato che “l’art. 117, sesto comma, TUB, richiamato nel ricorso, sanziona con la nullità le “clausole contrattuali … che prevedono tassi, prezzi e condizioni più sfavorevoli per i clienti di quelli pubblicizzati”.  Tale disposizione di legge non è stata ritenuta applicabile nel caso di specie “in cui non è messa in discussione la determinatezza delle singole clausole che fissano i tassi di interesse e gli altri oneri a carico del mutuatario, bensì l’ISC che, come sopra precisato, non determina alcuna condizione economica direttamente applicabile al contratto, ma esprime in termini percentuali il costo complessivo del finanziamento e svolge una funzione meramente informativa”.

Con riferimento alle conseguenze dell’“errata indicazione” è stato evidenziato che la sanzione prevista dall’art. 125 bis, comma 6, tub, è applicabile esclusivamente alle ipotesi riconducibili al credito al consumo. Negli altri casi, invece, l’errata indicazione nei contratti di mutuo potrà configurare solo una violazione della normativa in tema di trasparenza e del criterio di buona fede nella predisposizione e nell’esecuzione del contratto.

Il giudice, nel caso di specie, ha poi concluso che la differenza (pari al 0,183%) tra l’Isc indicato nel contratto e l’Isc ricalcolato dai ricorrenti era talmente minima da essere considerata irrisoria e da non integrare una violazione delle regole di trasparenza o di pubblicità ingannevole.

Il ricorso è stato quindi rigettato e i ricorrenti condannanti al pagamento delle spese di lite.

Tribunale di Roma, ordinanza del 23 febbraio 2018 (leggi l’ordinanza)

Valentina Vitali – v.vitali@lascalaw.com

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