Decreto Legge 21 giugno 2013 n. 69 (c.d. Decreto del Fare): la proposta conciliativa del Giudice. Applicabilità e criticità

L’art. 86 del Decreto Legge n. 69, emanato lo scorso 21 giugno ed in attesa di conversione in legge da parte del Parlamento, ha decretato l’entrata in vigore a far data dal 22 giugno 2013 della nuova norma processuale introdotta dall’art. 77 (Conciliazione giudiziale) che, almeno nelle more della predetta conversione, potrebbe generare non poche perplessità applicative o magari rivelarsi un espediente concretamente efficace ai fini di un più rapido snellimento delle procedure giudiziarie in essere e di un maggiore dimezzamento dei tempi processuali.

La disposizione in questione è l’art. 185 bis (Proposta di conciliazione del giudice) inserito nell’attuale codice di procedura civile, il quale così recita: “Il giudice, alla prima udienza, ovvero sino a quando è esaurita l’istruzione, deve formulare alle parti una proposta transattiva o conciliativa. Il rifiuto della proposta transattiva o conciliativa del giudice, senza giustificato motivo, costituisce comportamento valutabile dal giudice ai fini del giudizio”.

Una recente applicazione della norma in parola proviene dalla Sez. IX Civ. del Tribunale di Milano, che con decreto del 26 giugno 2013, estende la portata della stessa al campo dei rapporti familiari, ritenendo il principio ivi contenuto di carattere e con efficacia generale, statuendo sulla scorta di una proposta conciliativa presentata alle parti in corso di causa e alla quale le stesse avevano aderito. Benché in tale sede la materia del contendere fosse la determinazione in ordine all’affidamento dei figli e all’assegnazione della casa coniugale e, quindi, in senso più ampio la migliore tutela dei figli medesimi, la condotta tenuta dal Giudicante testimonia come nella fattispecie la norma introdotta dal Decreto del Fare abbia di fatto consentito l’interruzione dell’iter processuale del contenzioso promosso, a fronte di una risoluzione decisamente più pacifica e più in linea con gli interessi in gioco.

In verità, la riforma di cui si tratta non passa proprio inosservata. Non può tacersi, infatti, sui dubbi ermeneutici che stanno emergendo tra i più esperti, laddove vengono evidenziati profili di contraddittorietà sistemica. In passato non sono mancate, infatti, occasioni similari in cui il Legislatore ha previsto poteri/doveri del giudice diretti alla conciliazione giudiziale delle parti (si pensi all’originaria formulazione dell’art. 183 c.p.c., ovvero prima della riforma occorsa nel 2005 ed entrata in vigore nel 2006, in base al quale il giudice, previa interrogazione libera delle parti, tentava, se possibile, di conciliarle, o più in generale all’art. 117 c.p.c. che conferisce al giudice il potere di convocare le parti, in qualunque stato e grado del processo, per poterle liberamente interrogare sui fatti di causa). Al di là, dunque, della ridondanza della disposizione, anche rispetto a quanto dispone il comma 1 dell’art. 185 c.p.c. (il giudice istruttore, in caso di richiesta congiunta delle parti, fissa la comparizione delle medesime al fine di interrogarle liberamente e di provocarne la conciliazione), nonché del chiaro difetto di coordinamento che, come spesso accade nel nostro sistema legislativo, viene a mancare quando si intende in qualche modo migliorare il diritto vivente, ciò che desta perplessità è l’imperatività del dettato normativo, nella misura in cui “il giudice deve” formulare una proposta alle parti, nonché il limite temporale imposto allo stesso, che può attivarsi in questo senso soltanto se la causa non sia già in decisione.

Il caso appena illustrato può costituire certamente un buon esempio dell’applicazione di questa nuova norma; tuttavia, gli ulteriori sviluppi dipenderanno in primo luogo dalle modalità di conversione in legge del decreto, con particolare riguardo all’art. 77, e dalla prassi che i singoli Tribunali adotteranno.

Non mancheranno possibili ulteriori commenti in futuro.

(Barbara Giuffrè – b.giuffre@lascalaw.com)

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