Il dado è tratto: la c.m.s. (sino al 2009) non entra nel calcolo dell’usura

La Suprema Corte a Sezioni Unite si è nuovamente pronunciata con riguardo al contenzioso bancario. Nel corso dell’ultimo anno, infatti, è stato più volte chiesto l’intervento delle Sezioni Unite, al fine di comporre i contrasti venutisi a creare nell’ambito della giurisprudenza, che in qualche modo hanno favorito il proliferare delle cause.

Come noto, solo con l’art. 2 bis d.l. n. 185/2008 è stato previsto il computo delle commissioni di massimo scoperto nella determinazione del tasso soglia dell’usura, di cui all’art. 644 c.p.. Sino ad allora, le c.m.s. erano rilevate separatamente nei decreti ministeriali introdotti dall’art, 2, comma 1, legge n. 108/1996, come previsto dalle “Istruzioni per la rilevazione del tasso effettivo globale medio ai sensi della legge sull’usura”.

Nell’interpretare tali disposizioni di legge, si erano venuti a creare due distinti e contrastanti orientamenti, sostenuti rispettivamente dalla Prima Sezione Civile e dalla Sesta Sezione Penale della Cassazione.

I giudici civili hanno escluso che, per il periodo precedente l’entrata in vigore del d.l. n. 185/2008, potesse tenersi conto delle commissioni di massimo scoperto nella verifica del rispetto della soglia usura, sia perché negavano il carattere retroattivo della nuova normativa, sia in considerazione di un’esigenza di omogeneità tra i criteri di determinazione del tasso effettivo globale (Teg) applicato in concreto e del tasso soglia.

Di contro, la Sesta Sezione Penale – fornendo un’interpretazione assolutamente letterale – sosteneva che la c.m.s. rientrasse tra gli oneri connessi all’erogazione del credito, previsti dall’art. 644 c.p. e che – di conseguenza – fosse da prendere in considerazione nella determinazione del Teg applicato da un intermediario finanziario.

Le Sezioni Unite, prima di tutto, hanno precisato che la nozione di commissione di massimo scoperto da prendere in esame è quella enucleata da Banca d’Italia nelle sopra citate Istruzioni, secondo le quali si tratta del “corrispettivo pagato dal cliente per compensare l’intermediario dell’onere di dover essere sempre in grado di fronteggiare una rapida espansione nell’utilizzo dello scoperto del conto. Tale compenso (…) viene calcolato in misura percentuale sullo scoperto massimo verificatosi nel periodo di riferimento”.

Chiarito tale aspetto, con un ragionamento assolutamente logico e lineare, i giudici di legittimità sono giunti a confermare le conclusioni della Prima Sezione Civile, seppure supportandole con altre motivazioni.

In primo luogo, le Sezioni Unite hanno evidenziato che l’art. 2 bis d.l. n. 185/2008 non può essere qualificato come norma di interpretazione autentica dell’art. 644, quarto comma, c.p. Infatti, il suo testo non contiene nessuna espressione che evochi tale natura e, anzi, pare propendere per il contrario, atteso che prevede una disciplina transitoria e la possibilità di adeguamento dei contratti già in essere.

In ogni caso, proseguono i giudici di legittimità, è innegabile che la c.m.s. debba effettivamente rientrare tra le “commissioni” menzionate dall’art. 644 c.p. Da tale circostanza discende che “la mancata inclusione delle commissioni di massimo scoperto nei decreti ministeriali non sarebbe idonea ad escludere che la legge imponga di tenere conto delle stesse nel calcolo così del tasso praticato in concreto e, quindi, del tasso soglia con il quale confrontare il primo; essa imporrebbe, semmai, al giudice ordinario di prendere atto della illegittimità dei decreto e di disapplicarli”.

Dunque, il fatto che la c.m.s. non sia inclusa nel calcolo della soglia usura di cui ai decreti ministeriali non ne esclude la rilevanza, ma casomai dovrebbe comportare l’irregolarità dei decreti medesimi.

Tuttavia – e qui sta il vero carattere innovativo della decisione in commento – “l’ipotesi di illegittimità dei decreti sotto tale profilo non avrebbe fondamento, perché non è esatto che le commissioni di massimo scoperto non siano incluse nei decreti ministeriali emanati nel periodo anteriore all’entrata in vigore dell’art. 2 bis d.l. n. 185 del 2008. Dell’ammontare medio delle c.m.s., espresso in termini percentuali, quei decreti danno in realtà atto, sia pure a parte, seguendo le indicazioni fornite dalla Banca d’Italia nelle più volte richiamate Istruzioni (…)” secondo le quali “essa viene rilevata separatamente, espressa in termini percentuali (…). La presenza di tale dato nei decreti ministeriali è sufficiente per escludere la difformità degli stessi rispetto alle previsioni di legge, perché consente la piena comparazione tra i corrispettivi della prestazioni creditizia praticati nelle fattispecie concrete e il tasso soglia”.

In altre parole, secondo le Sezioni Unite, è vero che l’art. 644 c.p. prevede che anche la c.m.s. venga presa in considerazione nella verifica del rispetto dei tassi soglia, ma sino al 2009 il confronto deve essere fatto separatamente, atteso che tale onere all’epoca era rilevato a parte e non entrava nel calcolo del Taeg.

Si legge ancora nella sentenza: “La circostanza che tale entità sia riportata a parte è un dato formale non incidente sulla sostanza e sulla completezza della rilevazione prevista dalla legge, atteso che viene comunque resa possibile la comparazione di precise quantità ai fini della verifica del superamento del tasso soglia dell’usura presunta, secondo la ratio ispiratrice dell’istituto. (…) La comparazione di cui trattasi si rivela soltanto più complessa”.

Da qui il principio di diritto, per il quale – sino all’entrata in vigore dell’art. 2 bis d.l. n. 185/2008, recepito nella legge n. 2/2009 – il tasso effettivo globale praticato in concreto e la commissione di massimo scoperto eventualmente applicata vanno comparati separatamente con il tasso soglia e con la commissione soglia, compensandosi poi l’importo della eventuale eccedenza della c.m.s. in concreto praticata, rispetto a quello della c.m.s. rientrante nella soglia, con il “margine” degli interessi eventualmente residuo, pari alla differenza tra l’importo degli stessi rientrante nella soglia di legge e quello degli interessi in concreto praticati.

Si confida che dopo questa ulteriore decisione, se anche il numero dei giudizi che vedono coinvolte le banche non dovesse diminuire, quanto meno si riducano le contestazioni meramente pretestuose, spesso sollevate dai correntisti.

Cass., Sezioni Unite, 20 giugno 2018, n.16303

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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