Il curatore vende? No alla Cassazione

Il provvedimento che, nell’ambito della liquidazione dell’attivo, dispone la vendita di un bene del fallimento, non è ricorribile per Cassazione in quanto non ha natura decisoria e definitiva.

Nel caso di specie, sotteso alla sentenza in commento, un soggetto terzo – rivendicante un complesso immobiliare appartenente ad una società di capitali – proponeva reclamo avverso l’ordinanza che aveva disposto la vendita del predetto bene.

Il Tribunale, respingendo il detto reclamo, evidenziava come la domanda di rivendica non potesse incidere sulla liquidazione in caso di urgenza. Il reclamante, quindi, proponeva ricorso per Cassazione.

La Suprema Corte – con la sentenza in esame – ha dichiarato l’inammissibilità delle censure prospettate, in quanto le stesse non colpirebbero la ratio decidendi, costituita dall’urgenza dovuta alle condizioni del complesso immobiliare (nel caso di specie, stato di dissesto e pericolo imminente di crollo), posta alla base della tempestiva liquidazione dell’attivo anche mediante la vendita contestata.

Peraltro – precisa la Corte – deve osservarsi come il provvedimento impugnato non abbia natura decisoria e definitiva in quanto, per un verso, non incide su diritti soggettivi ma si fonda su dedotti impedimenti formali e, per l’altro, non è definitivo, non essendo pregiudicate le ragioni relative all’azionata titolarità del diritto di proprietà.

Affinché il decreto del Tribunale Fallimentare – reso in sede di reclamo avverso il provvedimento del Giudice Delegato di autorizzazione alla vendita – abbia carattere decisorio e sia, quindi, suscettibile di ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost., occorre infatti che esso provveda su contestazioni in ordine alla legittimità di provvedimenti incidenti su diritti soggettivi di natura sostanziale e non meramente processuale (Cass. 8768/2011).

In particolare, il provvedimento con cui il Tribunale respinga il reclamo avverso l’ordinanza del Giudice Delegato di rigetto dell’istanza del comproprietario, non fallito, di sospensione della vendita di quota dell’immobile indiviso caduta nella massa fallimentare, sino alla definizione del giudizio di divisione, non è ricorribile per Cassazione; trattasi infatti di provvedimento che non pregiudica i diritti del comproprietario, atteso che la vendita di quota indivisa – a differenza della separazione in natura – non determina alcuna divisione del compendio comune, né comporta restrizione nei diritti degli altri comproprietari, poiché il rapporto di comunione non viene sciolto e la successiva divisione investe necessariamente anche la quota espropriata (Cass. 26519 del 2011).

Cass., Sez. I Civile, 25 agosto 2017, n. 20386

Silvia Alessandra Pagani – s.pagani@lascalaw.com

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