Curatore fallimentare, se in ritardo risponde di omissione d’atti d’ufficio

Il curatore fallimentare che viene meno ai suoi doveri nonostante le richieste ricevute dal giudice delegato ad adottare tutti i provvedimenti necessari alla chiusura del fallimento, può andare incontro ad una condanna per omissione di atti di ufficio. (Cass. Civ. 1 marzo 2013, n. 10051) 

Il reato, di cui alla sentenza precitata, previsto dall’art. 328 c.p. I comma,“punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo”.

Nel caso di specie, il curatore fallimentare nominato dal Giudice delegato nell’aprile del 1980, non aveva predisposto gli atti del proprio incarico.

In particolare aveva omesso di presentare le relazioni e di espletare talune fasi della procedura, cui sarebbe seguita la chiusura del fallimento.

Stante la perdurante inerzia del curatore, in data 15 dicembre 2005, il Giudice lo diffidava ad adempiere ai suoi obblighi.

Ciononostante il curatore soltanto il 20 gennaio 2006 comunicava al Giudice la sua impossibilità di predisporre gli atti dovuti; tra l’altro tale ritardo veniva imputato a dei motivi familiari.

Faceva seguito un’ulteriore diffida e la definitiva sostituzione del curatore.

Alla luce di tale condotta il curatore è stato ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 328 I co. c.p., in quanto nella sua qualità di pubblico ufficiale ha rifiutato indebitamente il compimento di un atto proprio del suo ufficio [i].

Dunque ai fini delle configurabilità di tale reato, basta un solo rifiuto ingiustificato. Infatti “la condotta tipizzata nella fattispecie normativa di cui all’art. 328 c.p. I comma costituisce un reato di pericolo che si perfeziona con la semplice omissione del provvedimento di cui si sollecita la tempestiva adozione”.

Si osservi che il rifiuto non prevede delle particolari forme, potendo essere manifestato sia espressamente in modo formale o solenne, sia come mera inerzia del pubblico ufficiale.

Ciò che rileva penalmente invece, è proprio il carattere indebito dell’inadempimento. Il rifiuto o l’inerzia dunque non dovranno discendere da una causa idonea a rendere oggettivamente impossibile l’adempimento.

In conclusione la Corte, con la sentenza n. 10051 del 1 marzo 2013, ha voluto evidenziare il carattere istantaneo del reato de quo ed ha altresì sottolineato l’importanza del valore-bene giuridico sotteso alla norma incriminatrice, posta a tutela del buon funzionamento della pubblica amministrazione e dunque anche del corretto svolgimento del procedimento fallimentare.

(Valentina Rigatti – v.rigatti@lascalaw.com)



[i] Si richiama l’art. 30 L.F.: “ Il curatore, per quanto attiene all’esercizio delle sue funzioni, è un pubblico ufficiale”.

 

 

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